Paolo e il sole. Idee attive e passive.

«Paolo “percepisce il caldo”», dice Enrico, «ma cosa significa questa semplice frase? La percezione, tramite i nostri sensi, è l’effetto di un’azione esterna che Paolo subisce passivamente. La sua sensazione è allora un’idea passiva».

Enrico fa una pausa per vedere la reazione di Stefano e degli altri.

È Marina che, dopo un attimo di silenzio, interviene:  «Sì, mi sembra che il concetto di idea passiva sia abbastanza chiaro. Sono passive le sensazioni, che tu chiami idee, che nascono in noi con un meccanismo inconscio e automatico ».

«Sì, ma questo è solo parte del concetto di idea passiva. Anche stati mentali coscienti possono esprimere idee passive. Ricordi il discorso dell’altro giorno sulle idee inadeguate? Sono inadeguate e quindi passive anche le idee vaghe, quelle conosciute per sentito dire, e quelle che esprimono precetti e prescrizioni subiti passivamente. Ne abbiamo parlato l’altro giorno … ricordate? Ogni legge, regola e imperativo morale, sia esso civile o religioso, si configura come idea passiva quando è accettato senza la verifica della ragione».

Ingrid:  «Quindi, riassumendo e generalizzando, un’idea è passiva quando non passa il vaglio della ragione».

Enrico: «Giusto. La ragione è necessaria per comprendere le cause. L’idea è adeguata e attiva quando se ne conoscono le cause. L’esempio del sole può essere utile ma occorre ricordare che il campo di azione delle idee passive è ben più ampio delle percezioni sensoriali inconsce. Lasciamo per un momento l’esempio del sole, ci torneremo dopo».

Dopo una breve pausa di riflessione, riprende:  «Faccio un altro esempio. Tutti siamo abituati a usare applicazioni o programmi per computer. A volte, il programma si blocca, non va più avanti, o si comporta in modo strano. Come reagite in questo caso? Con un’incazzatura. Vi viene voglia di sbattere il computer per terra e prenderlo a calci. La rabbia è l’idea inadeguata e passiva che la vostra mente produce come risultato dell’assoluta impotenza e incomprensione rispetto a quello che sta succedendo».

Enrico si ferma per un attimo per cogliere la reazione dei compagni, poi prosegue:  «Questa incomprensione è dovuta ad una conoscenza dell’informatica di primo genere. Ora io sto usando un programma che io stesso ho scritto definendo le variabili, i campi del database, le procedure, l’algoritmo. Ad un certo punto, anche il mio programma si blocca. Anch’io mi incazzo, ma la mia è un’incazzatura attiva perché conosco le cause, quello che sta succedendo in background, le variabili coinvolte, la logica che c’è dietro. La mia è una conoscenza di secondo genere. Potrei dire di aver instaurato un rapporto intrinseco con il computer. Infatti, per me, quest’arrabbiatura è l’origine di una cascata di idee attive che mi permettono di fare il ‘debugging’ e andare a correggere il codice del programma».

Il caldo sul terrazzo è ora temperato da una piacevole brezza. C’è una pace assoluta: si sente solo il parlottio in tedesco di Ingrid che traduce a Lizzy quello che ha appena detto Enrico.

Stefano rimane pensieroso con la fronte corrugata, poi sbotta:  «Ma a che cazzo servono queste categorie di conoscenza? Primo genere, secondo genere, terzo genere. Io non ci vedo alcuna utilità pratica in queste distinzioni».

Enrico non sembra prendersela più di tanto. «Il fatto è che noi, dal primo giorno di escursione, ricordi, quando siamo partiti dal lago di Braies, abbiamo impostato una discussione per la scalata della montagna spirituale. Ti ricordi come è cominciata? Ora questa distinzione tra conoscenza di primo e secondo genere mi è necessaria per arrivare a parlare della conoscenza di terzo genere, la vetta della montagna spirituale: l’amore intellettuale di Dio».

«Amore intellettuale di Dio? Ma non ti sei sempre professato ateo!», interrompe Stefano.

Sonia arriva al momento opportuno con un grosso vassoio colmo di affettati misti e formaggi vari. È una gioia per gli occhi e per il cuore vederla muoversi leggiadra ed elegante tra i tavoli nel suo bel Dirndl corto e colorato e lo stretto corsetto a reggere e mostrare con discrezione il bel seno procace.

Sonia ha appena finito di sparecchiare quando Ingrid riporta il discorso dove era stato lasciato. Rivolta a Enrico dice:  «Ok. L’esempio del programma per computer mi sembra ottimo per capire la differenza tra idee attive e passive. Ma torniamo all’esempio di Paolo e il sole. Mi chiedo: Paolo ha sperimentato una percezione sensoriale e, quindi, l’idea passiva di calore. Ma come potrebbe Paolo trasformare questa idea passiva in idea attiva?».

Enrico: «Per avere un’idea attiva di quello che gli succede, Paolo deve usare la testa, la sua razionalità. Deve oltrepassare il dominio degli scontri di particelle estrinseche e raggiungere una conoscenza del corpo esterno, del suo corpo e del rapporto intrinseco tra i due».

Stefano interviene caustico: «Ecco che ci risiamo con il linguaggio criptico. Vediamo se riesco a tradurre nel linguaggio delle persone normali. Paolo deve conoscere come è fatto il suo corpo, come è fatto il sole e come interagiscono i due. Parli di conoscenza dal punto di vista dell’anatomia e della fisica?».

«Sì. Per comprendere la causa di quello che gli succede, Paolo deve avere una conoscenza scientifica del mondo».

«Brevemente», chiede Stefano,  «potresti fare qualche esempio pratico della conoscenza scientifica che è richiesta in questo caso?».

«Perché brevemente? Abbiamo tempo e, se siete interessati, potremmo percorrere a ritroso la catena causale dell’idea di Paolo. Potremmo, cioè, andare all’indietro dal funzionamento della mente a quello del sole per capire come queste due cose interagiscono».

«Ok», dice Stefano,  «ma, per favore, parla più terra terra».

Enrico: «Proviamo a fare un viaggio a ritroso. Partiamo dall’ultima tessera del mosaico: la sensazione di calore che Paolo avverte. Se vogliamo capire davvero che cos’è e quali sono le cause di questa sensazione, dobbiamo seguire la catena causale fino alla sua origine.»

«Bene!», prosegue dopo un cenno di assenso di Stefano.  «L’idea del calore è causata da complessi processi neurobiologici che coinvolgono svariate mappe neuronali del cervello. È l’eccitazione di un particolare insieme di neuroni che genera la sensazione di percepire il calore. I neuroni si comportano come gli archi, legni, ottoni, percussioni e tastiere di un’orchestra che agendo in modo coordinato e sincrono suonano una sinfonia. La sinfonia che emerge dall’attività della materia cerebrale è, in questo caso, la sensazione di calore».

Dopo una breve pausa, aggiunge:  «Non solo la sensazione di calore emerge dall’attività della materia cerebrale ma è tutta la mente con i suoi pensieri, emozioni e sentimenti».

Marina interviene:  «Continuo a pensare che questa sia una descrizione riduzionistica della complessità della mente».

Enrico: «La complessità della mente è innegabile e molti aspetti del suo funzionamento non sono ancora chiari. Non bisogna però fare l’errore di partire dalla nostra parziale ignoranza per dire che la mente umana è un mistero e poi ricorrere all’anima o allo spirito per spiegarla».

Dopo una breve pausa, riprende: «La gente, partendo dalla nebbia dell’ignoranza, si immagina che il pensiero, i sentimenti, i ricordi e la volontà nascano nell’anima immateriale e ultraterrena. Ma l’immaginazione produce solo conoscenza inadeguata di primo genere. Noi invece stiamo cercando di elaborare idee adeguate di secondo genere, cioè, fondate su nozioni scientifiche empiricamente provate. Per esempio, è provato che a particolari sensazioni corrisponde sempre la parallela e simultanea eccitazione di un certo insieme di neuroni».

Stefano lo interrompe:  «Non pensi che stiamo andando fuori tema? Dovevamo fare il percorso a ritroso fino al sole ».

«Forse hai ragione, ma, in questo percorso a ritroso, è molto importante capire come funziona il cervello ».

«Stai sostenendo che la mente dipende dal corpo?», chiede Ingrid.

«Non esattamente. La mente dipende dal corpo nella stessa misura in cui il corpo dipende dalla mente. C’è sempre un parallelismo ed una sincronia perfetta tra mente e corpo tale che ad ogni variazione della mente corrisponde una variazione del corpo e viceversa».

Ingrid: «Affermi insomma che mente e corpo siano la stessa cosa. Come certamente sai, questo non è accettato dalla Chiesa che afferma la distinzione sostanziale tra anima e corpo tanto è vero che, mentre il corpo è mortale, l’anima è immortale».

«Vero, ma quello che afferma la Chiesa trova il suo fondamento nella Fede. La Fede è l’esempio più lampante della conoscenza di primo genere. Noi stiamo cercando una risposta scientifica. Le neuroscienze dicono chiaramente che le idee sono causate da un insieme di processi neurobiologici corrispondenti ad uno stato fisico del cervello».

Stefano: «Quindi se diciamo che le idee sono causate da stati fisici del cervello, il passo successivo è capire cosa causa questo stato fisico?».

«Vedo che hai fretta di andare avanti nel percorso a ritroso», dice Enrico con un sorriso.

«Prima però vorrei capire bene cos’è questa cosa che chiami stato fisico del cervello», interviene Marina.

«Parliamo allora brevemente di neurobiologia. Immaginate il cervello come una rete immensa in continua attività. Ogni istante miliardi di neuroni si scambiano informazioni. Quando questa attività assume una particolare configurazione, emerge quella che noi chiamiamo sensazione, emozione o pensiero. La sensazione di calore non compare per magia. È l’espressione di uno specifico stato dell’intera rete cerebrale.»

Dopo una pausa di riflessione, Enrico aggiunge: «ogni nostro pensiero, emozione, sentimento, azione, movimento, corrisponde ad un preciso stato delle centinaia di miliardi di neuroni e trilioni di sinapsi che formano il nostro cervello».

Marina: «Ma i pensieri, le idee, i sentimenti, le emozioni, l’amore sono immateriali. Abbiamo sempre pensato che fossero generati da enti immateriali come lo spirito e l’anima. Ora tu ci vieni a dire che sono espressione della materia cerebrale».

«Non sono io che lo vengo a dire, ma le neuroscienze. Per esempio, è provato che il danneggiamento di un particolare gruppo di neuroni inibisce la comparsa di una particolare emozione. Succede un po’ come nell’orchestra: se c’è un violino che non è accordato, il suono prodotto dall’orchestra nel suo insieme sarà disarmonico, stridente».

Dopo una breve pausa, Enrico riprende: «Il famoso neuro scienziato Damasio ha scritto che quello che chiamiamo anima o spirito non è altro che l’espressione di stati fisici, complessi e unici, dell’organismo umano».

Stefano:  «Sono convinto anch’io di questo. Rimane da dire qual è la causa, o, meglio, come viene a definirsi, un particolare stato fisico del cervello».

Enrico: «In ogni istante, un’infinità d’informazioni si muovono dal corpo al cervello. Ci sono segnali che nascono all’interno del corpo, dalle viscere, dai muscoli, dal sangue ecc. Questi sono chiamati segnali sensoriali enterocettivi. Ma ci sono anche i segnali sensoriali esterocettivi che portano al cervello le informazioni sull’ambiente circostante. Cosa se ne fa il cervello di tutte queste informazioni? Gli servono essenzialmente a disegnare un quadro complesso della vita colta al volo nel suo svolgimento. Il quadro complesso, in continuo mutamento, rappresenta lo stato fisico del cervello in un certo momento».

Stefano:  «L’idea di calore che si forma nella testa di Paolo viene determinata dai segnali sensoriali esterocettivi. È così?».

«Esatto. Dal punto di vista prettamente scientifico, i segnali arrivano al cervello trasportati dal sistema nervoso centrale ma sono generati dai ricettori termici sulla pelle. È qui, sulla pelle, che avviene l’urto tra particelle di sole e particelle di pelle».

«Questa è un’altra cosa che non ho ben capito. Cosa intendi per particelle di sole e particelle di pelle? E in cosa consiste quest’urto?», chiede Marina.

Enrico: «Le particelle di pelle sono le particelle elementari, elettroni, quark, ecc. che compongono i ricettori cutanei quali, per esempio, i corpuscoli del Ruffini. Le particelle di sole sono invece i fotoni, corpuscoli vibranti di energia, che il sole spara in giro nell’universo come radiazione elettromagnetica. L’urto avviene per lo scontro dei fotoni, che viaggiano alla velocità di trecentomila chilometri al secondo, con gli elettroni dei ricettori cutanei».

«Da dove viene fuori tutta questa energia che viene sparata in giro sotto forma di radiazione elettromagnetica e fotoni?» chiede Stefano.

Enrico, con un sorriso: «Grazie Stefano per l’aiuto a rimanere in tema lungo il percorso a ritroso. Come già sapete, è il sole l’origine della radiazione elettromagnetica, cioè, dei fotoni. Andando più nel dettaglio, nel nucleo del sole ci sono elevatissimi valori di pressione e temperatura che innescano una fusione termonucleare con trasformazione di idrogeno in elio. Nella reazione c’è una perdita di massa che viene rilasciata come energia sotto forma di radiazione, cioè di fotoni, che partono dal sole e si irradiano in tutte le direzioni nello spazio alla velocità di trecento sessantamila chilometri al secondo. Alcuni di questi fotoni raggiungono la terra e sbattono contro la pelle di Paolo rilasciando parte della loro energia. Sapete quanto tempo ci mette un fotone che parte dal sole per giungere sulla pelle di Paolo?».

È Ingrid che risponde: «Circa otto minuti».

Enrico: «Esatto».

Dopo una breve silenzio Ingrid chiede: «Se gli elettroni dei ricettori cutanei e i fotoni sono corpuscoli puntiformi possiamo dire che si tratta di un vero e proprio scontro meccanico tra corpi?».

«Sì, ma fine ad un certo punto. A prima vista si può parlare di scontri o urti estrinseci tra corpi puntiformi. Ma non è la fine della storia perché, ad un livello più profondo, la meccanica quantistica ha dimostrato che le particelle non sono microscopiche sfere dotate di massa, posizione e velocità, ma quantità di energia senza né forma né estensione fisica ben definiti. Le particelle del corpo di Paolo ed i fotoni si assomigliano e, a livello quantico, possono essere immaginate come piccolissimi vortici che interagiscono tra di loro sulla superfice di un mare infinito di energia. È evidente che, ad un livello più fondamentale, non c’è un urto meccanico tra corpi ma tutta un’altra cosa: c’è una fusione di campi. Invece di un rapporto estrinseco tra particelle puntiformi esterne l’una all’altra abbiamo un rapporto intrinseco, una compenetrazione, tra campi energetici».

Rimangono tutti in silenzio, Enrico in attesa di una reazione, gli altri pensierosi e perplessi.

«E Paolo? Se intimamente ha questo tipo di conoscenza, può dire di essersi fuso, unito, al Sole».

«Ricapitolando, la piacevole sensazione di calore non è più un’idea passiva e inadeguata. Paolo ha superato il livello della conoscenza basata sui soli effetti e si è elevato al secondo genere di conoscenza, fatto di idee attive e adeguate. Ora comprende le cause: sa perché i raggi del sole producono certi effetti sul suo corpo e non si limita più a subirli.

Ma c’è un aspetto ancora più importante. Paolo riconosce che tra lui e il sole esiste una relazione reale. Può pensare correttamente che la sua natura e quella del sole partecipino della stessa realtà. Non percepisce più il sole come qualcosa di totalmente estraneo che agisce su di lui dall’esterno. Comprende invece che entrambi sono espressioni della medesima sostanza e che tra loro esiste una corrispondenza profonda. In questo senso ha costruito un rapporto di affinità con il sole».

«Questo presunto rapporto di affinità con il sole mi sembra una bella forzatura metafisica», interviene Stefano.

«Ti sembra tale perché siamo abituati a una visione del mondo ereditata dalla fisica classica. In quella prospettiva l’universo è composto da corpi separati, autonomi e indipendenti che interagiscono dall’esterno attraverso urti e forze, senza mettere in discussione la loro natura fondamentale.

La fisica del Novecento, però, ha mostrato che la realtà è più complessa. Fenomeni come l’entanglement suggeriscono che la separazione tra le cose potrebbe non essere così assoluta come appare. Per questo non è affatto assurdo immaginare che sotto lo spazio, il tempo e la materia esista un livello più profondo della realtà, nel quale ogni cosa è connessa alle altre all’interno di una totalità indivisa, un unico campo energetico infinito. È ciò che Spinoza chiamava Dio».

«Mi hai fatto venire un gran mal di testa», esclama Stefano, «ma ho una domanda da farti: Spinoza conosceva già la meccanica quantistica?»

«Certo che no! Ma in questa sta la grandezza del filosofo: intuire concetti nuovi che poi trovano conferma nella scienza».

Luigi Di Bianco (tratto da “Escursione in quota, con Spinoza verso la vetta della montagna spirituale“)

ldibianco45@gmail.com