Passioni e Sentimenti

In che modo i sentimenti, le passioni, ‘i moti dell’animo’ influenzano il nostro benessere psicologico, la nostra ricerca della felicità?

E’ indubitabile, io, come persona, non sono un’entità isolata che vive, come in un vuoto pneumatico, sotto una campana di vetro. Io sono invece al centro di una fitta rete di relazioni come una mosca catturata nella rete di un ragno. I fili della trama che mi mettono in relazione con l’immensità della materia e con le menti degli altri uomini non stanno mai fermi; essi vibrano, mi spingono e mi tirano in tutte le direzioni. Il mio ‘io’ è continuamente influenzato da questi impulsi e, il più delle volte, subisce passivamente le vibrazioni che gli giungono, lungo i fili della trama, dal mondo esterno.

Quando la mente subisce passivamente le vibrazioni relazionali è soggetta alle “passioni”. Passione, in questo caso, non è da intendere come in ‘passione amorosa’, come violento amore sensuale. Per passione, in filosofia, si intende un’intima e profonda pena, una sofferenza dello spirito. L’uomo soggetto alle passioni è passivo, non è padrone di sé, ma in balia degli altri, degli eventi, della fortuna; è come una barca sballottata da venti incontrollabili in un mare in tempesta.

Le passioni ci fanno soffrire, ci tolgono la pace. Abbiamo un modo per combattere gli effetti negativi delle passioni sul nostro animo? Purtroppo non possiamo pretendere orgogliosamente di comandare all’intera natura, svincolarci dalla trama e liberarci così dalle passioni. Cosa fare allora?

Secondo Cartesio, un modo per annullare le passioni esiste: è la forza di volontà. Con la volontà noi dovremmo poter sopprimere l’ansia e il dolore che ci derivano, per esempio, da un evento sciagurato. E’ proprio così? In base alla mia esperienza, credo proprio di no. Quanto più ci si sforza con la volontà di allontanare un’ansia molesta tanto più si sprofonda nel vortice mentale, in un pensiero circolare insopportabile.

Anche Spinoza non è d’accordo con Cartesio. Egli non crede che una passione possa essere controllata dalla volontà; ha un diverso convincimento: sostiene che una passione possa essere solo annullata da una passione più forte.

Faccio un esempio pratico. Un contadino si aggira sconsolato fra i filari di vite che nella notte hanno subito una grandinata. Mentre osserva i chicchi d’uva rovinati dalla grandine si dispera, calcola il danno ricevuto, pensa con angoscia a cosa fare per andare avanti. Mentre il contadino vaga avvilito fra i filari squilla la suoneria del suo cellulare. E’ una telefonata dall’ospedale. Il figlio del contadino è stato ricoverato perché ha avuto un incidente con la macchina. Mentre corre in ospedale l’animo del contadino è ora sommerso dall’angoscia per la sorte suo figlio. Cosa ne è a questo punto dell’angoscia e disperazione per la grandine? Semplicemente non c’è più: una passione è stata annullata da una passione più grande. Anzi il contadino ripensando a come stava qualche minuto prima di ricevere la telefonata rimpiangerà quei momenti in mezzo alle viti; nel ricordo gli sembreranno addirittura momenti di serenità.

Ma dove vuole arrivare Spinoza quando ci propone la sua idea che una passione possa essere solo annullata da una passione più forte? Non vorrà mica convincerci che ad una disgrazia è bene che ne segua sempre un’altra più grande? Avresti tutti i diritti di pensare “questo è fuori di testa.”

Spinoza, dopo avere provato che una passione può essere annullata solo da una passione più grande, si appresta a svelarci che esiste un sentimento grandioso che può sovrastare e annullare tutte le passioni: l’Amore intellettuale di Dio.

Cos’è questo ‘amore intellettuale ’? Ne parlerò diffusamente nelle prossime puntate. Per il momento basti dire che l’amore intellettuale non ha niente a che fare con l’amore superstizioso del Dio Padre che interviene nelle umane faccende e che premia e punisce. Ha molto a che fare invece con “l’immedesimarsi in Dio”, dove Dio non è una persona trascendente che risiede oltre il mondo ma è Lui stesso il mondo, è il Tutto.

La mente umana, oltre a essere passiva quando subisce il mondo esterno in modo confuso e irrazionale, ha anche una modalità attiva, quando, procedendo secondo processi logici e razionali, genera idee adeguate. Ora noi uomini, esercitando la modalità attiva della mente, cioè con la ragione, abbiamo la possibilità di plasmare dentro di noi un sentimento, appunto l’amore intellettuale di Dio, che è in grado di attutire le vibrazioni negative che ci arrivano lungo i fili della trama relazionale.

In che misura? Dipenderà esclusivamente dalla forza del nostro sentimento. Per attutire o addirittura annullare l’angoscia per la sorte del figlio, il contadino dovrebbe aver raggiunto la cima dell’amore intellettuale. Per superare la disperazione per la grandinata, gli sarebbe sufficiente essere a metà strada lungo la china. Ma anche solo aver intrapreso la strada verso la cima può essere di grande conforto. Personalmente, ritengo di essere ben lontano dalla cima … ma sono in cammino. Il problema è che per avanzare lungo la salita bisogna modificare il software di base, cioè il sistema operativo, del nostro cervello. Questo richiede tempo e impegno … ma se non si comincia mai …

Secondo Spinoza, le manifestazioni della vita emotiva dell’uomo sono “cose naturali“, che obbediscono alle stesse leggi che regolano le altre espressioni della natura. I sentimenti umani possono quindi essere analizzati con lo stesso metodo razionale con cui sono considerati tutti gli altri aspetti della natura.

Bisogna innanzitutto accettare che l’essenza dell’uomo è l’istinto o sforzo (conatus) di conservare e potenziare se stessi. Il solo sentimento fondamentale è l’egoismo, l’amor di sé. Ogni persona, anzi, per meglio dire, ogni roccia, ogni albero, ogni cosa del mondo, ha un impulso naturale a proteggere se stessa, ad esaltare il proprio io e a realizzarsi perseguendo il proprio interesse o vantaggio. Noi “realizziamo noi stessi” quando agiamo in conformità alla nostra natura più profonda.

Contrariamente a quanto si ritiene comunemente, non c’è niente di sbagliato in questo insaziabile e chiaramente egoistico desiderio. L’istinto di sopravvivenza e di affermazione, come si può facilmente desumere osservando le cose della natura, è l’elemento fondamentale della struttura della natura e della vita.

Ogni cosa, per quanto sta in essa, si sforza di perseverare nel suo essere” (ET III, Prop.VI)

Allora tutto quello che facciamo per la nostra affermazione e realizzazione è lecito? Posso difendere qualsiasi atto o comportamento dicendo che è buono in base al semplice fatto che è mirato alla realizzazione di me stesso? Andiamoci piano. Non è che, siccome tu credi di realizzarti se possiedi una Ferrari, allora puoi rubare la prima Ferrari che vidi in giro. A parte il fatto che molto probabilmente poi sarai costretto a “realizzarti” dietro le sbarre, occorre considerare che quello che è giusto a livello naturale può non essere giusto a livello sociale. L’uomo razionale capisce che la sua singola potenza è incrementata dall’unione con le potenze degli altri, cioè dal vivere in società, e che per vivere in società occorre rinunciare ad alcuni diritti naturali. Ma questo è un altro discorso che ci porterebbe fuori dal percorso intrapreso.

Per i nostri scopi, possiamo limitare il concetto di conatus, allo sforzo per giungere ad una maggiore potenza di pensiero della mente, ad una conoscenza più profonda delle cose e ad una maggiore e più consapevole voglia di vivere.

In relazione al conatus, Spinoza divide gli stati d’animo in tre grandi categorie: Letizia, Tristezza e Desiderio. Tutti gli innumerevoli sentimenti e moti dell’animo che noi sperimentiamo nella vita di ogni giorno ricadono in una di queste tre categorie.

Qualunque cosa può essere […] causa di Letizia, di Tristezza, o di Desiderio” (ET III, Prop. XV)

I sentimenti di Letizia sono positivi in quanto favoriscono il conatus, cioè potenziano la nostra mente, aumentano la nostra perfezione spirituale e la nostra voglia di vivere.

“[…] quanto maggiore è la Letizia da cui siamo affetti, tanto maggiore è la perfezione a cui perveniamo” (ET IV, Cap. XXXI)

Analizziamo, per esempio, il sentimento dell’amore.

“L’Amore è una Letizia accompagnata dall’idea di una causa esterna” (ET III, DA6)

L’amore incondizionato, quello che si offre senza prevedere e senza pretendere nulla in cambio, è un sentimento che senz’altro ci arricchisce, da gioia, vita e forza intellettuale, che incrementa la perfezione del nostro animo. Tutti i sentimenti che derivano dall’amore come la compassione, la generosità, la riconoscenza, la gratitudine, la cortesia, la comprensione ecc. sono tutti sentimenti di Letizia.

L’amore, tutti i tipi di amore, l’amore dell’innamoramento, l’amore verso i propri cari, gli amici, il prossimo, ma anche l’amore verso la natura, verso un piccolo fiore nel prato, verso una lucertola sul muretto che si crogiola al sole guardandosi in giro guardinga con i suoi occhietti vispi, gonfiano la nostra anima di gioia, aumentano la nostra potenza mentale, la voglia e gioia di vivere.

Bisogna fare attenzione però a non confondere l’amore con l’infatuazione egoistica. Il vero amore è sempre disinteressato, è un dare senza aspettarsi niente di ritorno.

Bisognerebbe dedicare dieci minuti al giorno del nostro tempo ad una specifica “terapia dell’amore” per abituare la nostra mente a pensare pensieri di amore. Si può cominciare a pensare i pensieri d’amore che più nascono spontanei, come quelli per i propri cari per poi, progressivamente, allargare i pensieri d’amore fino a comprendere come ‘cause esterne’ altre persone, le singole cose della natura, il Tutto universale. Occorre educare la mente ai sentimenti d’amore: più grande sarà la nostra propensione all’amore, più grande sarà la nostra capacità di gioia e serenità.

Questa terapia dell’amore ha molte similitudini con la preghiera religiosa quando quest’ultima non è insensata ripetizione di parole magiche, non è egoistica richiesta di protezione e favori divini ma un gonfiarsi dell’anima in pensieri d’amore in comunione con Dio. A differenza della preghiera religiosa la terapia dell’amore non richiede templi, preti e riti accattivanti: si può fare in qualsiasi momento della giornata contemporaneamente allo svolgersi di un’attività che non richieda una grossa concentrazione mentale. Per me, il momento migliore per fare la terapia è quando vado a correre nei boschi.

“To me, nature is sacred. Trees are my temples and forests are my cathedrals” (Mikhail Gorbachev).

Il mio amico sacerdote, Don Arturo mi scrive: “Gesù non dà altro comandamento oltre quello di amare, Dio e il prossimo. Solo l’amore ci potrà salvare: se io amo, non uccido, non rubo, non sfrutto gli operai, non faccio la guerra, non desidero il male per gli altri, non rifiuto chi è diverso da me ma cerco di aiutare tutti.”

Tutto vero. A pensarci bene, non servono dieci comandamenti, ne basterebbe uno solo. Il comandamento “Ama il prossimo tuo come te stesso” rende superflui tutti gli altri: non rubare, non ammazzare, ecc. Per la verità, io modificherei il comandamento in “Ama il Tutto come te stesso”.

Ad ogni buon conto c’è veramente bisogno di un comandamento per amare, per essere compassionevoli, per aiutare gli altri, in una parola, per fare il bene? Alla fin fine, questi sono comportamenti che generano sentimenti di ‘letizia’, che fanno bene all’animo, che aumentano la mia perfezione, la mia gioia di vivere. Se io sono furbo devo cercare di godere al massimo dei sentimenti di ‘letizia’ e rifuggire i sentimenti di ‘tristezza’, che derivano dall’uccidere, rubare, sfruttare gli altri, odiare, desiderare il male altrui. Gli stati d’animo di ‘tristezza’ deprimono la mia perfezione e gioia di vita ed io, persona razionale, farò di tutto per evitarli indipendentemente da quanto comanda Gesù.

Non c’è niente di scandaloso che io voglia fare il bene per egoisticamente star bene io stesso in questa vita. E’ sempre meglio di fare il bene per un baratto da mercato cioè per essere premiati nell’aldilà.

Certo, la forza del conatus ci spinge soprattutto ad amare egoisticamente noi stessi ma la vera saggezza consiste nello scoprire che quanto più amo gli altri tanto più faccio il bene a me, che quanto più pongo il mio amore fuori di me tanto più realizzo il mio bene. C’è un’immagine bellissima, penso che sia di Vito Mancuso, che può rendere l’idea della possibile convivenza dell’amore di sé con l’amore per gli altri. Io, persona, non sono un ente immobile e solo nel fluire della vita e delle relazioni interpersonali, sono invece come un pianeta che ruota a velocità pazzesca intorno ad una stella perché attratto dalla sua forza di gravità (l’amore verso gli altri); nello stesso tempo non vengo risucchiato dalla stella e quindi distrutto perché, a mia volta, girando su me stesso genero una forza centripeta (amore di sé) che mi sostiene sull’orlo del crashdown.

Passiamo alla categoria della Tristezza.

I sentimenti di Tristezza sono negativi perché deprimono la nostra perfezione spirituale e la nostra voglia di vivere. A questo proposito consideriamo l’opposto dell’amore, cioè l’odio. L’odio è un tarlo che inaridisce e corrode l’animo, che deprime la nostra perfezione, la nostra potenza spirituale e la nostra voglia di vivere.

“L’Odio è una Tristezza accompagnata dall’idea di una causa esterna” (ET III, DA VII)

Il più delle volte l’odio nasce spontaneo, senza freni, perché è generato direttamente, come stimolo di autodifesa, dal conatus, il nostro istinto primordiale di conservazione e affermazione. Come detto prima non c’è niente di sbagliato in questo conatus, ma, fatto salvo il diritto di auto-difesa, da persona razionale, se voglio il bene per me stesso, devo in ogni modo rifuggire dai sentimenti di odio semplicemente perché mi fanno male, deprimono la mia gioia di vivere.

Giovenale ha scritto “Nemo malus felix “.  Nessun malvagio è felice

L’odio è il sentimento di Tristezza fondamentale. Ma tutti i sentimenti che derivano dall’odio come il disprezzo, il rancore, l’invidia, la derisione, l’ira, la vendetta, la cupidigia ecc. sono sentimenti di Tristezza e come tali sono contrari al nostro conatus e sono assolutamente da evitare se si vuole stare bene intimamente.

Per terminare, occorre dire qualcosa in merito al Desiderio.

“Il Desiderio è l’essenza stessa dell’uomo […] in quanto determinata a fare quelle cose che servono alla propria conservazione.” (ET III, DA I)

Il desiderio, in quanto tende all’ autoconservazione, non rappresenta un difetto o una degenerazione della natura umana, ma ne costituisce l’ essenza stessa. Di conseguenza, Spinoza abbandona ogni atteggiamento tradizionalmente moralistico di rifiuto degli appetiti umani in nome di un bene o di una perfezione assolutamente e astrattamente definiti.

Per esempio, la sessualità, in quanto essenza stessa dell’uomo, non è un peccato mortale che porta diritto all’inferno. La sessualità è nella nostra natura per perpetuare la specie umana, come può essere una cosa da condannare? Quanti sensi di colpa, quante nevrosi e patologie sessuali potrebbero essere evitate mediante questa semplice presa di coscienza!

Per quanto riguarda i piaceri dei sensi, Spinoza non ne condanna alcuno, si limita a raccomandare la moderazione. Ma per questo non servono i filosofi, ci possiamo arrivare anche da soli con il buon senso. Se, per esempio, a te piacciono le sfogliatelle calde e ne ingozzi quattro-cinque al giorno, tutte insieme, dopo un po’ di giorni ti verrà la nausea delle sfogliatelle napoletane, e va a finire che passi ai … cannoli siciliani.  😉

Noi desideriamo ardentemente alcune cose perché istintivamente riponiamo le nostre speranze di felicità in condizioni esteriori. Questo non è sbagliato. E’ normale anelare ad una vita lunga, in salute, con un certo benessere sociale e materiale. Ma è fondamentale che ci concentriamo anche sulle condizioni interiori del nostro animo. Perchè la felicità non è una successione fortunata di eventi felici, esterni a noi, ma è un modo di pensare e di essere interno a noi che ci consente di gestire al meglio quello che ci succede nella vita.

Tu giustamente obietterai che, sì, queste sono belle parole ma che, alla prova dei fatti, servono a poco quando le passioni ci travolgono. Abbiamo visto che Spinoza propone la cura dell’Amore intellettuale di Dio, ma intanto cosa possiamo fare per evitare da persone razionali, il mare tempestoso delle passioni? Nei limiti del possibile dobbiamo capire che il nostro benessere spirituale è qualcosa che nasce all’interno di noi e non può, in nessun caso, essere delegato a persone, circostanze, avvenimenti esterni a noi.

Oltre quindi ad esercitare l’amore, e rifuggire i sentimenti di odio, bisogna rafforzare le difese della nostra intima serenità costruendo un fossato con pochi ponti levatoi fra la nostra fortezza-anima e tutto quello che è esterno a noi. Per costruire il fossato intorno alla nostra intima serenità è necessario capire come funziona il mondo, comprendere la necessità e perfezione del Tutto nella prospettiva dell’eternità di Dio.

Luigi Di Bianco

ldibianco45@gmail.com