E’ tutto predeterminato?

SEI LIBERO DI SCEGLIERE IL TUO DESTINO? O è tutto predeterminato?

Nel mio articolo Tempo e Realtà ho parlato dell’ipotesi filosofica chiamata “Eternalismo” dove presente, passato e futuro esistono contemporaneamente tutti egualmente reali. Il corrispettivo dell’eternalismo dei filosofi è l’universo in blocco dei fisici.

Per i fisici, la visione immaginaria ed in contemporanea di tutto lo spazio e tutto il tempo dell’universo è chiamata Block Universe o anche continuum spazio-temporale. Se tutta la storia dell’universo esiste tutta insieme eternamente, allora tutti gli eventi della nostra vita sarebbero già lì nel Block Universe ancor prima della nostra nascita.

Ma c’è un problema, un grosso problema. Se nel Block Universe sono già predeterminati gli eventi futuri della nostra vita, dove va a finire il libero arbitrio cioè la nostra capacità di decidere di fare questo o quello e di prendere questa o quella strada?

Siamo dei burattini schiavi del destino?

Questa prospettiva non ci piace affatto. Siamo certi della nostra potenza e capacità di determinare il nostro e l’altrui futuro. Ogni atto della nostra vita è basato sulla volontà, sulla potenza del volere.

Sembra che ci sia allora la più completa incompatibilità fra la volontà umana e il determinismo del Block Universe. In effetti su questo argomento esistono due linee di pensiero contrapposte: c’è chi crede nell’esistenza della volontà e del libero arbitrio e nega la realtà del determinismo e chi invece accetta il determinismo e nega l’esistenza del libero arbitrio. 

Cosa dice in merito Spinoza? Secondo Baruch ci sentiamo liberi semplicemente perché non siamo consapevoli di tutti i fattori che ci determinano. Il pensiero e quindi anche la volontà sono parte di un sistema interamente deterministico dove il risultato, come nel mondo fisico, dipende esclusivamente dalle cause precedenti. “Nella mente non vi è alcuna volontà assoluta o libera; ma la mente è determinata a volere questo o quello da una causa che è anch’essa determinata da un’altra, e questa a sua volta da un’altra, e così all’infinito.” (Etica II, Prep. 48). In questo caso ci sarà una concatenazione necessaria delle idee analoga alla necessaria concatenazione dei fatti fisici.

Tu che ne pensi? Con chi ti schieri? Con chi crede nel libero arbitrio o con Spinoza?

Se vogliamo andare a fondo alla questione dobbiamo capire bene cos’è il determinismo sia nella realtà del mondo fisico, sia nel regno della mente e del pensiero. 

Cominciamo con il determinismo nel mondo fisico.

Osservando il mondo fisico ci rendiamo conto che la materia è caratterizzata dal più rigido determinismo, ossia dato un fatto A deve per forza essercene uno conseguente B. Per esempio, se lascio la presa sulla mela che tengo in mano, per la legge di gravità, essa necessariamente cadrà sul pavimento. Se su un tavolo da biliardo colpisco violentemente con una palla un gruppo di palle poste al centro del tavolo sembrerà che, a seguito dell’urto, ogni singola palla seguirà una traiettoria casuale. Niente di più sbagliato. La traiettoria che seguirà ciascuna palla sarà determinata dalla direzione e dalla forza dell’urto che riceve dalle altre palle. In pratica si può vedere il mondo fisico come un grande tavolo da biliardo dove tutto avviene per contatto fisico. 

Da questa concezione del mondo nasce il determinismo. Secondo il determinismo ogni evento è predeterminato da cause: data una causa, un certo evento seguirà inevitabilmente, travalicando così il caso e la contingenza. Il determinismo fa riferimento solo alla concatenazione lineare di causa-effetto in senso meccanico. Se conoscessimo tutte le cause precedenti a ciascun fenomeno naturale, saremmo in grado di prevedere tutto il futuro, anche il più piccolo movimento di una foglia o di ogni nuvola in cielo, e determinare quando e come sboccerà ciascun fiore della Terra. Ovviamente non è questo il nostro caso: solo Dio potrebbe avere una simile conoscenza.

All’ inizio dell’800, il matematico filosofo francese Pierre-Simon Laplace scrive: “Possiamo considerare lo stato attuale dell’universo come l’effetto del suo passato e la causa del suo futuro. Un intelletto che ad un determinato istante dovesse conoscere tutte le forze che mettono in moto la natura, e tutte le posizioni di tutti gli oggetti di cui la natura è composta, se questo intelletto fosse inoltre sufficientemente ampio da sottoporre questi dati ad analisi, esso racchiuderebbe in un’unica formula i movimenti dei corpi più grandi dell’universo e quelli degli atomi più piccoli; per un tale intelletto nulla sarebbe incerto ed il futuro proprio come il passato sarebbe evidente davanti ai suoi occhi ”(Essai philosophique sur les probabilités, Laplace). 

Ma è proprio così? E’ veramente possibile, una volta conosciute le condizioni iniziali, le cause e le leggi della natura che li regolano, prevedere gli esiti di tutti i fenomeni fisici? Qui entra in campo la meccanica quantistica e la sua risposta è un drastico “no, non è possibile”. Il sole luminoso che brillava all’inizio del ‘900 sull’ ottimismo deterministico e sul mondo scientifico è improvvisamente offuscato dalla teoria dei quanti. 

Secondo la meccanica quantistica, nel mondo dell’infinitamente piccolo, a livello delle particelle elementari, vige il principio di incertezza meglio noto come “principio di indeterminazione di Heisenberg”. In pratica, data una causa A non possiamo essere certi che si verificherà un evento B. Tutto quello che si può fare, a livello di particelle, è predire le probabilità che il fatto B si verifichi in conseguenza della causa A. Sembra quindi che in effetti si debba abbandonare la presunzione del determinismo di riuscire a prevedere lo stato futuro di un sistema partendo dallo suo stato attuale: al massimo si possono calcolare le probabilità che lo stato futuro si verifichi o meno. 

Per chiarire meglio di cosa si parla ho preparato il disegno in figura 1.

In figura 1 ho disegnato un specchio semiriflettente o “beamsplitter” che riceve un raggio di luce. Uno specchio di questo tipo ha la proprietà di far passare metà del raggio e di riflettere l’altra metà. Ci sono inoltre due sensori di luce che ho chiamato sensore 0 e sensore 1. Metà del raggio di luce, quella riflessa, va al sensore 0, l’altra metà, quella trasmessa attraverso lo specchio, va al sensore 1. 

Cosa succede se si invia verso lo specchio un raggio che contiene un solo fotone? Il fotone è una particella che, per la teoria dei quanti, si ritiene indivisibile per cui non è possibile avere mezzo fotone sul sensore 0 e mezzo fotone sul sensore 1. Dove si dirigerà il fotone? Verso il sensore 0 o verso il sensore 1? Non è possibile prevederlo. Il fotone, incontrando lo specchio sulla sua strada, decide in quale direzione andare in modo assolutamente casuale. Se si ripete però l’esperimento per un certo numero di volte si vedrà che metà dei fotoni va verso il sensore 0 e l’altra metà va verso il sensore 1. 

A questo punto sembra che la casualità, l’opposto del determinismo, sia inevitabile in natura. Certo qualcuno potrebbe dire che questa indeterminatezza esiste solo nel microcosmo a livello di particelle elementari e che quindi non influenza la realtà di ogni giorno. Purtroppo non è così. Per esempio, il sensore potrebbe essere utilizzato come ‘trigger’ di una esplosione nucleare: basterebbe attivare un meccanismo che innesca automaticamente la reazione a catena dell’esplosione nucleare non appena il sensore 0 rileva un fotone in arrivo e, … oplà, la casualità del microcosmo si riflette nel macrocosmo. 

Non possiamo assolutamente relegare il principio di indeterminatezza nel microcosmo. Dobbiamo insomma ammettere che se anche un solo fenomeno, nel microcosmo o nel macrocosmo, avviene in modo casuale, tutta la teoria del determinismo va a farsi benedire. 

Occorre allora prendere atto che nella fisica contemporanea la probabilità statistica e quindi, per certi aspetti, la casualità ha preso il posto del determinismo. Il famoso fisico Richard Feynman in proposito dice: 

Yes! Physics has given up. We do not know how to predict what would happen in a given circumstance, and we believe now that […] the only thing that can be predicted is the probability of different events.” 

Si! La fisica si è arresa. Noi non siamo in grado di predire cosa può accadere in una certa situazione, e crediamo adesso che […] l’unica cosa che può essere predetta è la probabilità di differenti eventi”. 

A questo punto in molti tirano un sospiro di sollievo e esultano: “Evviva. L’universo è casuale ed inspiegabile! Che meraviglia!”  Il (presunto) crollo del determinismo sembra dare un profondo sollievo a molta gente. Questo sollievo sembra scaturire da un ragionamento di questo tipo: se il mondo è fondamentalmente casuale allora io non sono un robot, e se non sono un robot allora ho il potere di decidere il mio destino, ho cioè il libero arbitrio. In prima fila nel tripudio per il crollo del determinismo ci sono i teologi ed i credenti di un certo livello culturale che cercano sempre di conciliare fede e ragione. Per costoro l’ammissione di ignoranza e di impotenza da parte della scienza è un’opportunità per far rientrare in gioco il Dio “tappabuchi”, quello sempre pronto a colmare le lacune della scienza. 

Indicativo di questa nuova strategia teologica è quanto scrive il genetista statunitense Francis Collins nel suo libro “The Language of God”. Collins sostiene la tesi che:

Viste le indeterminazioni della meccanica quantistica e l’imprevedibilità caotica dei sistemi complessi, il mondo rivela di possedere un certo grado di libertà nei propri sviluppi futuri”, e che:

 “Vista l’impossibilità di previsioni o di spiegazioni assolute, le leggi della natura non escludono più l’azione divina nella realtà che ci circonda”.

Che bellezza! Il nostro destino sarebbe deciso dal caso e dagli interventi imperscrutabili ed estemporanei di Dio nella storia dell’universo e del nostro divenire. 

Il ragionamento di Collins è però basato su un equivoco. Egli, come tutti quelli che approfittano della teoria quantistica per dimostrare l’azione di Dio nel mondo, fa semplicemente confusione fra indeterminatezza e imprevedibilità. Il fatto che l’esito di un esperimento fisico sia imprevedibile non vuol dire che esso sia indeterminato. 

Faccio un esempio. Piccole, soffici e impalpabili nuvole bianche si muovono lentamente sullo sfondo del cielo di colore azzurro intenso. Seguo con lo sguardo per un attimo una nuvola. Nel suo lento movimento essa si sfrangia sui bordi, si gonfia da una parte, un’estremità si allunga per poi dissolversi del tutto. E’ possibile prevedere quale sarà la forma della nuvola fra trenta secondi? Non credo! Ma questo vuol dire che il movimento della nuvola è casuale, indeterminato? Assolutamente no. Il movimento e la forma della nuvola è il risultato di un complesso calcolo matematico che assumendo come variabili ‘in input’ la velocità, direzione, densità, umidità, ecc. … di ciascuna molecola d’aria e delle molecole adiacenti produce come risultato un particolare millimetrico spostamento di ciascuna molecola rispetto alle altre all’interno della nuvola. Un fenomeno così irrilevante, che sembra assolutamente casuale, è interamente deterministico e racchiude in sé una razionalità pazzesca. 

Tornando all’esempio in figura 1 abbiamo visto che nell’esperimento del beamsplitter non è possibile prevedere dove si dirige il fotone, se sul sensore 1 o sul sensore 0. Ebbene, l’incapacità della fisica di prevedere il percorso del fotone dimostra che l’esito dell’esperimento è generato dal caso, è cioè indeterminato? Non credo proprio: è possibile che la traiettoria dei fotoni sia il risultato di fenomeni sconosciuti del microcosmo. Può la meccanica quantistica escludere questa ed altre possibilità? No, la scienza, con tutte le sue arie di onnipotenza, non ha le conoscenze né gli strumenti tecnologici per andare veramente a fondo nello studio dei fenomeni nell’infinitamente piccolo. Quello che è certo è che il comportamento delle particelle subatomiche indica chiaramente che vi è un livello di realtà del quale non siamo minimamente consapevoli, una dimensione che oltrepassa, irrimediabilmente, la nostra. Lo dimostra il fatto che se si ripete l’esperimento molte volte, il 50% dei fotoni va verso il sensore 0 e l’altro 50% va verso il sensore 1. Insomma questo esperimento dimostra che c’è un ordine, anche se sconosciuto, anche a livello quantistico.

L’indeterminazione quantistica di cui parla Collins non è altro che l’incertezza quantistica, l’ammissione del mondo scientifico di non essere in grado di prevedere gli esiti di un esperimento fisico. La sua imprevedibilità caotica è imprevedibile e caotica nella testa degli scienziati non certo per la Natura che segue serena e imperturbabile le sue regole eterne e immutabili. 

Einstein, uno dei fondatori della meccanica quantistica, afferma che la teoria dei quanti è logicamente inconfutabile, ha avuto e avrà risultati importanti. Ma non può fare a meno di confessare di accordare alla teoria dei quanti un significato provvisorio. Egli crede nella possibilità di “un modello della realtà, vale a dire di una teoria, che presenti le cose stesse e non soltanto la probabilità della loro apparizione”. Con la famosa frase “Dio non gioca a dadi”, Einstein dichiara la sua fede nel determinismo nel mondo fisico. Io sono con Einstein e Spinoza, credo quindi che tutti i fenomeni naturali siano determinati anche se la maggior parte non sono prevedibili. 

Anche accettando il determinismo nel mondo fisico come la mettiamo con il libero arbitrio, vale a dire la nostra capacità di scegliere, di prendere le decisioni che determinano poi il nostro e altrui futuro? Nel regno del pensiero sembra che niente funzioni in maniera deterministica e che il libero arbitrio sia una prerogativa del pensiero. Sembra infatti che l’uomo abbia completo controllo sulle proprie azioni e che la sua vita sia determinata solo dalla sue decisioni. 

Come è possibile che la natura abbia due opposti modi operativi, vale a dire determinismo nel mondo fisico e libero arbitrio nel mondo del pensiero? E, soprattutto, come armonizzare la natura di Dio, che già racchiude nella sua onniscienza il nostro futuro, con il divenire caotico del destino personale determinato dalle decisioni di ciascuno di noi? Oppure, per dire la stessa cosa in termini diversi, come armonizzare la struttura statica dello spaziotempo quadridimensionale del Block Universe con le nostre imprevedibili e casuali decisioni? Anche qui ci troviamo davanti alla più completa incompatibilità fra libero arbitrio e determinismo? Sembrerebbe di sì. 

La libertà di decidere, così come essa si presenta alla nostra esperienza immediata, non è conciliabile con la concezione di un mondo retto da leggi deterministiche. 

Noi diamo molta rilevanza alla volontà come elemento determinante dei nostri comportamenti. Ma la volontà, secondo le neuroscienze, non è altro che l’espressione di un gran numero di processi fisiologici che hanno luogo nel cervello e non è quindi dotata di una propria autonomia tale da dar luogo a scelte completamente libere. La volontà infatti rappresenta un mero prodotto dei processi elettrochimici che si svolgono nel cervello e di conseguenza deve essere vista come la manifestazione dei processi stessi. Non c’è, intorno o nel cervello, uno spiritello trascendentale che interferisce e orienta dall’alto o dal di fuori del corpo i processi cerebrali. In tale prospettiva, la libertà non può che essere un’illusione, perché viene a dipendere completamente da eventi fisici (nel cervello) soggetti a leggi universali e necessarie.

Forse, a questo punto, è opportuno cercare di capire cosa succede nel nostro cervello quando dobbiamo prendere una decisione. Credo che un esempio sia molto utile e per crearne uno prendo spunto dalla mia passata esperienza professionale nel campo dell’ Information Technology. Come tutti sanno, un computer è formato da hardware e software. Il software a sua volta si divide in software di base o sistema operativo e software applicativo. I cosiddetti programmi gestionali, come quello per gestire un albergo o un ristorante o per tenere la contabilità di una ditta, fanno parte del software applicativo. 

Come funziona un computer o meglio il processo computazionale di un’applicazione? 

Detto in modo molto elementare, un computer prende uno o più inputs dal mondo esterno (per esempio dalla tastiera), elabora gli inputs secondo regole prestabilite e genera uno o più outputs che presenta al mondo esterno (per esempio stampando un report). Le regole del processo di calcolo sono scritte in una sequenza di istruzioni chiamato algoritmo. Questo che segue è un semplice algoritmo: 

10  INPUT n  leggi il valore n digitato alla tastiera
20  SE n >= 10 ALLORA stop se n è maggiore o uguale a 10 allora fine del programma
30  ALTRIMENTI PRINT n  altrimenti stampa il valore di n
40  n = n + 2 incrementa di 2 il valore di n
50  VAI A 20      ritorna alla riga 20

Mettiamo che l’operatore al computer digiti 1 come valore iniziale di n. L’output sulla stampante sarà 1, 3, 5, 7, 9. Se il valore iniziale di n è 2 l’output sarà 2, 4, 6, 8. Se il valore iniziale è 10 o superiore a 10 il programma si ferma subito e non stampa niente. In questo esempio, il risultato del processo di calcolo è certamente determinato e prevedibile.

Ma come funziona in pratica il processo decisionale nel cervello umano? Continuando con la similitudine con il computer, il processo può essere semplificato nei seguenti passi: (1) dato un input attraverso gli organi di senso, (2) dato il nostro istinto, le capacità innate, la cultura e le esperienze (tutte cose solidamente registrate nel nostro cervello), (3) data la configurazione plastica dei neuroni e sinapsi del nostro cervello in un preciso momento (lo stato della memoria dinamica), nell’istante supremo della decisione che dura solo una frazione di secondo, (4) ne seguirà un unico possibile output, la necessaria decisione che oltre ad esplicitarsi in un’eventuale interazione con il mondo esterno comporta anche una modifica dei percorsi neuronali e quindi dello stato elettrochimico del cervello. 

Per portare il discorso ad un livello più terra-terra, faccio un esempio pratico. Immagino di essere alla guida sull’autostrada. Ho la radio accesa e il notiziario del traffico mi avverte che c’è una coda di 5 chilometri 20 chilometri più avanti. Ora mi sto avvicinando ad una uscita dall’autostrada e ho la possibilità di evitare la coda uscendo al casello per rientrare poi a valle dell’intasamento. Devo prendere una decisione prima di arrivare al casello di uscita. E’ una buona decisione uscire? O forse è meglio rimanere in autostrada sperando che, mentre viaggio per altri 20 chilometri, la coda si esaurisca? A qualche centinaio di metri dall’uscita prendo infine una decisione, metto la freccia a destra e mi avvio sulla diramazione verso l’uscita. Cosa è accaduto?

Molto semplice, diciamo che ho scelto di uscire dall’autostrada perché volevo uscire. Ho preso una decisione, questo è ovvio. Ma la domanda da pormi è: la mia decisione è stata libera? Avrei potuto scegliere di rimanere in autostrada? Anche qui la risposta sembra ovvia: certo! Ebbene, a pensarci bene, la risposta è no! Non avrei potuto fare diversamente da come ho fatto. Sembra una risposta insensata che non si accorda affatto con il senso comune. Ma bisogna cercare di capirsi bene. Sto dicendo che quando ho deciso di uscire dall’autostrada, in quella frazione di secondo, in quelle condizioni psicologiche, fisiologiche, culturali, sociali, climatiche … eccetera, in quella configurazione di neuroni e sinapsi nel mio cervello, in quell’istante irripetibile, non potevo fare altro che scegliere di uscire dall’autostrada. Il risultato dell’algoritmo, dato lo stato elettrochimico del cervello in quell’istante, non poteva essere diverso.

Non ha senso pensare a cosa sceglierei adesso se tornassi nella stessa situazione perché in quella medesima situazione non potrò mai più tornare perché alcune connessioni neuronali e, quindi lo stato elettrochimico del cervello, sono intanto cambiate. In quella situazione, ho già fatto, irrimediabilmente, la mia scelta. Anche l’indecisione protratta fino all’ultimo momento doveva accadere in quanto determinata dalle condizioni naturali della mia mente in rapporto a quel preciso contesto. 

Esiste però una differenza fondamentale fra un sistema computazionale ed il cervello umano. La differenza consiste nel fatto che l’esito del processo decisionale nel cervello, anche se determinato, è assolutamente imprevedibile. La ragione per cui noi non possiamo predire il comportamento umano è che esso è determinato da un processo di calcolo troppo difficile da maneggiare. E’ già difficile risolvere le equazioni quando vi sono implicate solo poche particelle. Il cervello umano contiene un numero di particelle di circa 1026, ossia cento milioni di miliardi di miliardi: un numero troppo grande perché possiamo mai sperare di poter risolvere le equazioni e predire come si comporterà il cervello dato il suo stato iniziale ed i segnali che gli arrivano dai nervi. 

La conclusione a cui sono giunto è che la nostra volontà produce risultati imprevedibili ma determinati. Ho cercato di dimostrare prima che un esito imprevedibile può essere il risultato di un processo determinato. Ma che differenza c’è, per la nostra esperienza di ogni giorno, fra un esito imprevedibile e un esito indeterminato o casuale? Non c’è nessuna differenza! Per questo motivo noi abbiamo la netta sensazione di poter decidere in maniera libera e autonoma al di fuori delle leggi della causalità. E’ l’imprevedibilità che ci frega e ci nasconde la trama logica, necessaria e determinata dei nostri pensieri.

Come al solito, sono andato a vedere cosa dice Einstein in merito. In ‘Come io vedo il mondo’ egli scrive: “Non credo affatto alla libertà dell’uomo nel senso filosofico della parola […] ciascuno agisce sotto l’impulso di un imperativo esteriore e secondo una necessità interiore. In ambedue i casi non c’è spazio per la libertà. L’aforisma di Schopenauer: “E’ certo che un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere che ciò che vuolemi ha vivamente impressionato fin dalla giovinezza. Nel turbine di avvenimenti e di prove imposte dalla durezza della vita, quelle parole sono sempre state per me un conforto e una sorgente inesauribile di tolleranza. Aver coscienza di ciò contribuisce ad addolcire il senso di responsabilità che facilmente ci mortifica e ci evita di prendere troppo sul serio noi come gli altri; si è condotti così a una concezione della vita che lascia un posto singolare all’humor”. 

Anche per Voltaire il libero arbitrio è un’illusione: tutto è soggetto alla legge di causalità (attenzione, è l’opposto di casualità), e non si vede perché gli uomini dovrebbero fare eccezione “Sarebbe ben singolare che tutta la natura e tutti gli altri esseri obbedissero a leggi eterne, e che esistesse invece un piccolo animale, alto cinque piedi che, a disprezzo di queste leggi, potesse agire sempre come gli piace, in base al suo solo capriccio. Egli agirebbe a caso, e ben sappiamo che il caso non è nulla: abbiamo inventato questo termine per esprimere l’effetto conosciuto di qualsiasi causa ignota“.

Per Schopenhauer sostenere che l’uomo è libero è semplicemente risibile; libera è la volontà, non quella dell’uomo, ma la volontà universale, il principio cosmico in cui consiste “la cosa in sé“. Il celebre aforisma di Schopenhauer citato da Einstein recita: “E’ certo che l’uomo può fare quello che vuole, ma non può volere che ciò che vuole “. In altre parole, l’uomo può decidere di voler comportarsi in certo modo o di fare una certa cosa piuttosto che un’altra, ma considerate le condizioni esterne in un dato momento (le variabili in input) e l’imperativo interiore (lo stato del sistema operativo, dei neuroni e delle sinapsi nello stesso momento), non può volere (decidere) diversamente da cosa in effetti vuole (decide). 

Leibniz dice più o meno la stessa cosa quando scrive: “L’uomo è libero nella misura in cui non è determinato da niente di esterno. Ma poiché questo non è il caso in nessuno dei suoi atti, dunque l’uomo non è in alcun modo libero, anche se egli partecipa della libertà più di ogni altro corpo“. 

Da un punto di vista teologico se ammettessimo che l’uomo è pienamente ed autenticamente capace di scegliere dovremmo ammettere che Dio non esiste o quanto meno che egli non è onnisciente. Perché se Dio esiste ed è onnisciente, allora l’uomo sceglie solo indirettamente e parzialmente, può scegliere cioè solo ciò che rientra nell’orizzonte del volere divino e della sua onniscienza. Delle due una, o Dio esiste ed è onnisciente o l’uomo è libero di scegliere.

A questo punto, qualcuno potrà obiettare: ma se non c’è il libero arbitrio, come possiamo essere responsabili delle nostre azioni? Come posso essere ritenuto responsabile di un delitto se le mie azioni sono predeterminate? 

La mia risposta è che non esiste una responsabilità morale (dettata da Dio) ma solo una responsabilità etica nei confronti della società. La condanna di un ladro al carcere è pienamente legittimata dalla necessità di educare il colpevole, ma anche tutti i cittadini, al rispetto delle regole sociali.

Il celebre fisico Stephen Hawking in “Buchi neri e universi neonati” dice che, anche ammettendo che tutto sia determinato, non si sa che cosa sia stato in effetti determinato. Così non potendo prevedere il comportamento umano, dovremmo adottare la “teoria efficace” che gli esseri umani sono agenti liberi e pienamente responsabili delle loro scelte. Ci sono precisi vantaggi per la sopravvivenza nel credere nella libertà del volere e nella responsabilità delle proprie azioni. Questa convinzione sarebbe stata rafforzata dalla selezione naturale: una società in cui l’individuo si sente responsabile delle proprie azione ha maggiori probabilità di trarre beneficio dalla cooperazione dei suoi membri e di sopravvivere per diffondere i suoi valori.

La mia riflessione in proposito mi porta a considerare la responsabilità personale come uno dei tantissimi parametri che concorrono, deterministicamente, a produrre decisioni. Come al solito ricorro ad un esempio. Il sapere che il carcere non è un piacevole luogo di soggiorno è un’informazione ben registrata nel software applicativo della mia mente (leggi connessioni neuronali). Anche il sapere che se mi beccano mentre vendo cocaina vado in carcere è un’informazione registrata da qualche parte nel cervello. Ora nella decisione se darmi al traffico di droga o meno, il processo computazionale del mio cervello certamente prenderà in esame e collegherà le due informazioni precedenti. Per quanto riguarda la responsabilità morale ricorro ad un altro esempio. Nella mia vita quotidiana ho sperimentato che l’amore per gli altri e per la natura fa bene al mio animo, mi rende sereno e gioioso. Questa informazione è ben registrata da qualche parte nel mio cervello. Quando in determinate circostanze dovrò decidere se fare il bene o il male, il processo computazionale andrà immancabilmente a leggere questa informazione prima di giungere ad una decisione. 

Per concludere, alla domanda del titolo “è tutto predeterminato?”, la mia risposta è sì, certo, tutto è predeterminato anche se per noi è come se non lo fosse perché non possiamo prevedere cosa è stato predeterminato. 

Luigi Di Bianco

ldibianco@alice.it