Kant. L’idealismo trascendentale

Due lettori mi scrivono. Il primo dice:

 “Ma con il disastro ambientale in atto, fabbriche che chiudono, lavoratori che perdono il posto, la crisi finanziaria e politica, tu perdi tempo con Kant? Ma dove vivi? Non hai niente di meglio da fare?” 

Chiedo scusa al lettore per non essere in grado di risolvere i problemi dell’umanità e lo invito a non perdere tempo a leggere le mie cazzate filosofiche ma di darsi da fare anche per conto mio per salvare il mondo.

Il secondo scrive invece: ”Ma chi ti credi di essere? Ti permetti una lettura critica del pensiero di una delle menti più grandi della storia dell’umanità? Scendi con i piedi per terra, fai esercizio di umiltà e stai zitto”. 

In effetti questo lettore ha ragione: dovrei studiare in silenzio per una decina di anni il pensiero di Kant prima di permettermi di esprimere qualche timida critica. Non ho tutto questo tempo a disposizione … e allora che faccio? Corro il rischio di trattare Kant dal punto di vista di un dilettante stupido, nella speranza che qualche dotto lettore si prenda la briga di illuminarmi. Nella veste di dilettante stupido userò l’approccio e il lessico della persona comune, dell’uomo della strada ma non avrò timori reverenziali nell’esternare i miei dubbi quando le tesi del filosofo non mi convincono. Non sono un accademico …  posso permetterlo. 

Prima di cominciare una breve biografia di Kant è d’obbligo.

Immanuel Kant nasce nel 1724 nella periferia di Königsberg, allora capitale della Prussia Orientale. E’ il quarto di undici figli dei quali solo cinque raggiungono l’età adulta. Da bambino riceve dalla madre, seguace del ‘pietismo’ luterano, una rigorosa educazione religiosa. L’inflessibile indottrinamento religioso pietista continua anche a scuola e lo condizionerà per il resto della vita. Dall’età di otto anni fino ai sedici anni Kant frequenta il ‘Collegium Fridericianum’  il cui direttore è un importante esponente del ‘pietismo’, e professore di teologia.

I pietisti insegnavano che il cristiano deve cercare continuamente di trasformare il piombo della propria anima continuamente esposta all’insidia del demonio, nel nobile oro, capace di riflettere l’infinita gloria di Dio, attraverso la: (1) fermezza della volontà per contrastare i desideri e le inclinazioni; (2) il rigoroso senso del dovere morale e; (3) la via dolorosa dell’espiazione. E’ chiaro che l’educazione religiosa pietista ricevuta negli anni cruciali della sua formazione intellettuale è un fondamento importante della filosofia di Kant.

‘’ Due cose riempiono la mente con sempre nuova e crescente ammirazione e rispetto, tanto più spesso e con costanza la riflessione si sofferma su di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me. ‘’

Quando il mio amico Roberto, fra un suggerimento di tecnica tennistica e un mio clamoroso svarione di rovescio, ha citato il famoso epitaffio sulla tomba di Kant, sono rimasto alquanto perplesso. D’accordo, ‘il cielo stellato sopra di me’ riempie la mia mente di ammirazione e rispetto, ma cos’è la ‘legge morale’ che sarebbe dentro di me? Esiste una morale trascendentale che stabilisce valori assoluti, fissati per sempre, anche a priori dell’homo sapiens? Questa ‘legge morale‘ sarebbe dentro di me? Quando vi è entrata, alla nascita o al decimo compleanno? E dov’è? Nelle mie strutture cerebrali? O nell’anima? E cos’è l’anima secondo Kant? E’ la ‘res cogitans’ di Cartesio?

Per rispondere a queste domande ho cercato di approfondire il pensiero di Kant. Il risultato cui sono giunto è che Kant ha due facce: da una parte, nella ‘Critica della ragion pura’ ci mostra, da una prospettiva illuminista, l’uomo come uno dei tanti anelli della concatenazione degli eventi causali, che non è libero e non si può porre il problema di Dio e dell’anima perché fuori della sua portata; dall’altra parte, nella ‘Critica della ragion pratica’ ci spiega come l’uomo sia libero di agire moralmente, come trovi in se stesso la forza dell’azione morale, la via per arrivare a Dio e all’immortalità dell’anima. Non v’è ombra di dubbio che tra le due Critiche c’è una distanza, c’è una contraddizione che riflette la duplice formazione di Kant: illuminista alla base ‘Critica della ragion pura’, luterana pietista per ‘Critica della ragion pratica’.

Nella ‘Critica della ragion pura’ Kant propone un capovolgimento della concezione di conoscenza umana com’è stata intesa fino allora. Lo stesso Kant parla della necessità di una ‘rivoluzione copernicana’ della conoscenza. Che c’entra Copernico? Fino a Copernico si pensava che il movimento del Sole e degli astri nel cielo fosse oggettivo, cioè dipendesse dagli astri stessi: infatti, si pensava che il Sole girasse intorno alla Terra.  Copernico afferma invece che il movimento del Sole non dipende dal Sole ma dal soggetto osservante: è l’uomo che si muove insieme alla Terra e che proietta nei cieli il movimento che è suo.

Kant istituisce il paragone con Copernico per sconfessare la credenza in una realtà oggettiva che sta fuori di noi. Come per Copernico l’uomo si muove con la terra e proietta questo movimento in un movimento che egli immagina sia degli astri, così, per Kant, l’uomo proietta nella realtà quello che è invece solo nella sua testa. Quello che chiamiamo universo e leggi naturali non sono oggettivamente ‘nella realtà della natura’ ma nel soggetto osservante, ‘nella sua testa’, cioè nella sua struttura conoscitiva. Insomma tutte le cose del mondo sono solo proiezioni generate dal nostro apparato conoscitivo. Cosa ne pensi? Se non è rivoluzione copernicana questa!? La centralità del soggetto rispetto all’oggetto, cioè l’universo e le sue leggi, è per me affascinante e sconcertante al tempo stesso: la natura e le sue leggi sono solo nelle mie facoltà conoscitive. Io soggetto ho dentro di me le leggi della natura e non faccio altro che proiettarle fuori di me nel mondo: ‘io sono il legislatore della natura’ dice Kant.

La tesi centrale della Critica della ragion pura è che noi sperimentiamo solo le apparenze delle cose, non le cose come effettivamente sono ‘in sé’.  Anche lo spazio e il tempo non sussistono in se stessi ma sono forme soggettive dell’intuizione umana. Kant chiama questa tesi ‘idealismo trascendentale’.

Cos’è l’idealismo e cosa significa trascendentale?

Idealismo. Atteggiamento speculativo di chi riduce a ‘idea’, nel senso di contenuto soggettivo della mente, ogni realtà oggettiva.

Trascendentale. Per Kant il termine ha un significato particolare: designa ciò che è a-priori dell’esperienza ma che è condizione assolutamente necessaria a che l’esperienza si realizzi.  

La rappresentazione (ideale) di un oggetto nella mia mente è creata dall’interazione/accoppiamento tra le mie strutture conoscitive (che esistono ‘a-priori’ dell’esperienza) e le impressioni sensibili generate dall’oggetto in sé.

Io posso fare l’esperienza del salto sul tavolo della mia gattina Luna solo grazie a un meccanismo trascendentale che coinvolge forme e regole della conoscenza che interpretano e danno forma, nella mia intuizione, al salto di Luna.  Che c’è di strano? Non capisco tutta questa enfasi sul ‘trascendentale’.  E’ tutto molto semplice: se io non avessi gli occhi o se il mio cervello non fosse strutturato in modo da interpretare i segnali provenienti dal nervo ottico io non avrei potuto fare alcuna esperienza del salto di Luna. Secondo me, il processo di formazione dell’esperienza sensoriale, pur usando strutture conoscitive che preesistono all’esperienza (il mio corpo, i miei sensi e il mio cervello) è assolutamente ‘naturale’ non ‘trascendentale’.

E’ empiricamente provato che la natura ci ha regalato un cervello composto di oltre cento miliardi neuroni, da trilioni di sinapsi che collegano i neuroni, da configurazioni neuronali o mappe neuronali, da segnali elettrochimici che incessantemente corrono, secondo leggi naturali, lungo le centinaia di chilometri di connessioni neuronali. Secondo le moderne neuroscienze alcune aree del cervello, le cosiddette cortecce sensitive di ordine inferiore della visione, dell’udito, del tatto, del gusto e dell’olfatto, sono predisposte alla ricezione e interpretazione dei segnali proveniente dall’esterno tramite i sensi. Ognuna di queste regioni interessa svariate aree del cervello e, in ognuna di esse, si ha un fitto incrociarsi di segnali fra le varie aree.

In ogni istante, un’infinità d’informazioni si muovono dal corpo al cervello. Cosa se ne fa il cervello di tutte queste informazioni? Gli servono essenzialmente per disegnare un quadro complesso, e in continuo mutamento, della vita colta al volo nel suo svolgimento. Il quadro è descritto configurando particolari gruppi di neuroni (mappe neuronali) ciascuno dei quali corrisponde allo stato del corpo. Insomma, lo ‘stato’ del corpo in un preciso momento è dinamicamente rappresentato in mappe neuronali costituite da neuroni eccitati dai segnali provenienti dal corpo stesso.

La quantità impressionante d’informazioni, sfumature e dettagli rappresentata nelle mappe neuronali definiscono uno ‘stato emozionale’ che può manifestarsi sotto forma di emozioni forti come la paura, il dolore, la gioia, la rabbia. Sistemi neurali sono stati empiricamente individuati come responsabili delle emozioni (per esempio, l’amigdala come sito d’induzione dell’emozione della paura), della memoria, della razionalità, della morale, della pianificazione e decisione. Gli innamorati dell’anima dicono che questo è riduzionismo. In effetti è riduzionismo alla realtà dei fatti.

Per il celebre neurobiologo Antonio Damasio, ‘La base neurale del sé sta in una continua riattivazione degli elementi chiave dell’autobiografia di un individuo, sulla base dei quali si può ricostruire ripetutamente una nozione di identità, mediante parziale attivazione in mappe sensitive topograficamente organizzate. L’insieme delle rappresentazioni disposizionali che descrivono una qualsiasi delle nostre autobiografie riguarda un gran numero di fatti categorizzati che definiscono la nostra persona: che cosa facciamo, chi e che cosa ci piace, quali tipi di oggetti usiamo, quali luoghi frequentiamo e quali azioni compiamo più spesso. Questo insieme di rappresentazioni è contenuto nelle cortecce di associazione di molti siti cerebrali’.

Insomma le strutture conoscitive che sono a-priori dell’esperienza ma che sono condizione assolutamente necessaria a che l’esperienza si realizzi non hanno niente di trascendentale. 

Di tutto questo Kant non ne sapeva assolutamente nulla quindi non aveva tutti i torti a definire la formazione delle esperienze come qualcosa di trascendentale, nel senso di misterioso e inspiegabile.

Anche di Darwin e della sua teoria evoluzionistica Kant non ne sapeva niente. Darwin scrive: ‘Nella vita, con le sue diverse forze, originariamente impresse in poche forme, o in una forma sola, vi è qualcosa di grandioso; e mentre il nostro Pianeta ha continuato a ruotare secondo l’immutabile legge di gravità, da un semplice inizio innumerevoli forme, bellissime e meravigliose, si sono evolute e continuano a evolversi’

Alle primitive semplici forme di vita corrispondevano semplici strutture conoscitive e primordiali leggi morali che, nel corso di milioni di anni, attraverso l’evoluzione della specie, si sono trasformate in strutture cerebrali e codici morali sempre più evoluti. L’australopithecus afarensis, antenato scimmia dell’homo sapiens, aveva le nostre stesse strutture cerebrali e codici morali? Non credo. Kant dice invece che le strutture conoscitive e leggi morali sono assolute, definite a priori. L’evoluzionismo indica piuttosto che non c’è niente di statico, di assoluto né nella nostra struttura conoscitiva, né nella legge morale. Tutto è in divenire.

Ma torniamo al testo kantiano: ”Ogni nostra intuizione non è che la rappresentazione di un fenomeno. Le cose che noi intuiamo non sono in se stesse quali noi le intuiamo, né i loro rapporti sono cosiffatti come ci appariscono; e se sopprimessimo il nostro soggetto o anche solo la natura soggettiva dei sensi in generale, tutte le proprietà, tutti i rapporti degli oggetti, nello spazio e nel tempo, anzi lo stesso spazio e il tempo sparirebbero, poiché come fenomeni non possono esistere in sé, ma soltanto in noi”.

Il trascendentale kantiano è imperniato su questo semplice ma rivoluzionario concetto: tolto l’uomo, lo spazio e il tempo non esistono.

Secondo Kant, spazio e tempo non esistono in sé ma soltanto in noi come ‘forme pure’ che conosciamo ‘a priori’ di una qualsiasi percezione sensoriale. E’ l’uomo che, proiettando fuori di sè le forme di spazio e tempo, modella, nella sua rappresentazione mentale, un inesistente mondo spazio-temporale. L’universo della fisica fatto di spazio e tempo non esiste realmente, è solo una rappresentazione della mente umana.

Forse un esempio può aiutare a capire l’audacia e originalità di questa idea. Davanti ai miei occhi ho, in questo momento, lo schermo del computer. Non ci sono dubbi, si tratta di un oggetto tridimensionale con una certa altezza, larghezza e profondità. Ma Kant direbbe: attenzione, altezza, larghezza e profondità non sono proprietà dello schermo, sei tu che gli dai questa forma spaziale. Lo schermo in sé non ha dimensioni. Questo non vale solo per lo schermo del computer ma per tutti gli oggetti e i corpi che mi circondano. Anche le mie mani che vedo sulla tastiera e tutto il mio corpo non hanno dimensioni in sé.

Se lo schermo, cosa in sé, è senza dimensioni com’è che chiunque si prenda la briga di misurarne l’altezza trova che è alto 30 cm? Kant risponderebbe: sì, è vero,  ciascuno di noi assegna soggettivamente dimensioni spaziali al mondo esterno, ma la forma a priori dello spazio che sta nella nostra coscienza è universale, è uguale per tutti gli uomini. Essendo la struttura conoscitiva uguale per tutti gli uomini, non c’è da stupirsi se tutti misureranno un’altezza dello schermo è di 30 cm.

Cosa te ne pare? Io penso che il discorso sia convincente … ma c’è un ma. La teoria della relatività afferma che le distanze sono relative, quello che per un osservatore misura 30 cm, per un altro osservatore può misurare 28 cm. A questo punto: o, (1) la forma priori dello spazio che sta nella nostra coscienza non è universale, oppure: (2) lo spazio non è una forma a priori della nostra coscienza ma è una proprietà della realtà esterna. Io sono per la seconda ipotesi.

In base a quale argomentazione Kant trasferisce lo spazio e il tempo dalla realtà fisica, empiricamente sperimentabile a posteriori, alla struttura conoscitiva a priori dell’uomo? Non è dato sapere o, almeno, io non l’ho capito.

Sono comunque in buona compagnia: Albert Einstein, in ‘Come Io Vedo il Mondo‘, scrive:

Le idee si riferiscono alle esperienze dei sensi [ …] nelle questioni di realtà si tratta di ricercare i caratteri del complesso di esperienze dei sensi ai quali si riferiscono le idee. Per questa ragione non ho mai potuto comprendere la questione dell’ a-priori nel senso di Kant.  Per quanto concerne l’idea di spazio, quella dell’oggetto corporeo sembra doverla precedere. L’idea di oggetto corporeo nasce dalla corrispondenza di certe impressioni del tatto e della vista insieme alla possibilità di successione continua nel tempo e di ripetizioni delle stesse sensazioni (di tatto e vista). Si è giunti, con l’aiuto di esperienze così precise, all’idea di oggetto corporeo (la quale idea non suppone affatto la relazione di spazio e tempo). 
Ora però sorge la necessità di creare, con il pensiero, relazioni reciproche fra oggetti corporei di questa natura. Questa necessità da origine inevitabilmente alle idee corrispondenti di relazione di spazio. Due corpi possono toccarsi o essere separati: in quest’ultimo caso si può, senza modificarli per nulla, collocare fra essi un terzo corpo; nel primo caso questo è impossibile.
Queste relazioni di spazio sono manifestamente reali, come i corpi medesimi. Se due corpi sono equivalenti a colmare un intervallo di questo tipo, sono egualmente equivalenti per riempire un altro intervallo. L’intervallo è dunque indipendente dalla scelta specifica del corpo destinato a riempirlo; e ciò si applica in generale a tutte le relazioni di spazio. E’ evidente che questa indipendenza, che è condizione pregiudizievole alla formazione d’idee puramente geometriche, non è una necessità a-priori
“. (Albert Einstein).

Secondo Einstein si giunge all’idea di spazio partendo dal ‘complesso di esperienze dei sensi‘. Per il più grande conoscitore dello spazio e del tempo, l’idea di spazio non è ‘a priori’ della percezione sensoriale e dell’esperienza ma sgorga naturalmente dal complesso di esperienze e corrispondenze sensoriali.

A differenza di Kant, Einstein è un ‘realista’.  Non crede che il ‘complesso di esperienze dei sensi’ non abbia alcuna corrispondenza con il mondo reale in sé. Secondo Einstein, perché la ricerca scientifica abbia un senso deve per forza esserci una corrispondenza fra quello che la nostra mente intuisce e quello che la realtà è in sé. Se uno scienziato non credesse in questo allora cosa farebbe? Starebbe a perder tempo, perché lo scienziato ricerca le leggi della natura e queste sono un’espressione dell’ordine, che è l’insieme di tutte le leggi della realtà in sé. Ma lasciamo perdere Einstein … stiamo parlando di Kant.

Che corrispondenza c’è, secondo Kant, fra le rappresentazioni generate dal nostro apparato conoscitivo e le cose come esse sono realmente? Kant risponde: “Quale possa essere la natura degli oggetti considerati in sé e separati dalla recettività dei nostri sensi, ci rimane interamente ignoto “. Insomma, non sappiamo assolutamente nulla delle cose in sé, del mondo reale che sta fuori della nostra testa. E’ come dire: sì, la ricettività dei miei sensi mi ha permesso di vedere la mia gattina Luna spiccare il salto, ma cosa sia veramente Luna e cosa sia stato il suo salto, visto che lo spazio esiste solo nella mia testa, mi rimane interamente ignoto.

Kant precisa:  “Anche se portassimo questa nostra intuizione al più alto grado della chiarezza, non per questo ci accosteremmo di più alla natura degli oggetti in sé. Giacché in ogni caso noi non potremmo conoscere compiutamente se non il nostro modo d’intuizione, cioè la nostra sensibilità, e questa sempre nelle condizioni originarie inerenti al soggetto, di spazio e tempo; ma che cosa siano gli oggetti, in se stessi, per quanto possa essere chiara la conoscenza dei loro fenomeni, la sola che ci sia data, non ci sarebbe mai noto”.

Quindi, non possiamo mai raggiungere una conoscenza oggettiva anche se solo parziale.

Diversa è la posizione di Spinoza.

Spinoza è un realista come Einstein: per lui, le forme della mente e quelle della realtà coincidono, “Le forme della mente sono uguali alle forme del reale, ma non perché la mente le dia al reale bensì perché la mente e la realtà le hanno in comune“. Secondo Spinoza, la formazione delle idee nella nostra mente segue necessariamente le regole perfette ed eterne della Natura perché la nostra mente non è altro che un frammento della Natura che è il ‘logos’, la Ragione con la ‘R‘ maiuscola. Essendo solo un frammento, la nostra mente è in grado di rappresentare solo un’infinitesima parte della natura in sé, ma quel poco che riusciamo a vedere in modo chiaro e distinto non è ingannevole perché la nostra ragione, con la ‘r’ minuscola, partecipa in qualche modo alla Ragione con la ‘R’ maiuscola. E la mia gattina Luna? Anch’essa è parte della Natura e non s’inganna nel vedere il passerotto sulla ringhiera del balcone: l’idea del passerotto si forma nella mente di Luna secondo le stesse leggi naturali che regolano il mio cervello.

Ma torniamo a Kant. L’idealismo trascendentale è introdotto nella parte della Critica chiamata ‘Estetica trascendentale’. Gli studiosi concordano sul fatto che, per Kant, l’idealismo trascendentale comprende, almeno, le seguenti due indicazioni: (1) gli esseri umani sperimentano solo le apparenze, non le cose in sé; (2) spazio e tempo non sono altro che forme soggettive dell’intuizione sensibile umana.

Gli stessi studiosi però non concordano su come interpretare queste affermazioni.  Esistono due interpretazioni prevalenti: quella dei due oggetti o dei ‘due mondi’ e quella di ‘ un solo mondo ‘con due aspetti.

L’interpretazione dei ‘due mondi’ può essere espressa dicendo che l’idealismo trascendentale distingue essenzialmente tra: (1)  un mondo delle apparenze (fenomenico);  e (2) un altro mondo delle cose in sé (noumenico).

Le cose in sé, nell’interpretazione dei due mondi, sono assolutamente vere, nel senso che esisterebbero e avrebbero tutte le proprietà che hanno anche se non ci fossero in giro esseri umani in grado di percepirle.

Le cose del mondo delle apparenze, per contro, non sono assolutamente reali perché la loro esistenza e loro proprietà dipendono dalla percezione umana.

Tutte le nostre esperienze, tutte le nostre percezioni di oggetti ed eventi nello spazio, ma anche tutti i nostri pensieri e sentimenti, rientrano nella classe delle apparenze che esistono solo nella mente dei percettori umani. Le apparenze ci tagliano fuori dalla realtà delle cose in sé, che sono non-spaziali e non temporali. Questo, unito con l’affermazione che noi sperimentiamo solo le apparenze, rende l’idealismo trascendentale una forma di radicale ‘scetticismo’ perché nega la possibilità di ottenere una conoscenza vera delle cose. Implica, inoltre, una forma di ‘fenomenismo’ perché riduce gli oggetti dell’esperienza a rappresentazioni mentali.

Ricordo che lo “scetticismo” afferma, con Socrate, che ‘tutto quello che so, è che non so niente’, mentre il “fenomenismo” suggerisce che la mia gattina Luna e lo stesso mio corpo non sono reali ma solo mie rappresentazioni mentali.

Eppure la teoria di Kant richiede l’esistenza delle cose in sé, perché qualcosa deve pur trasmetterci i dati sensoriali da cui costruiamo le apparenze. Ma se nel mondo noumenico delle cose in sé non c’è lo spazio, né il tempo, né la causalità, come avviene allora che le cose in sé appaiono alla nostra sensibilità? L’effetto trascendentale, per essere posto positivamente, deve per forza coinvolgere una relazione causale tra le cose in sé (del mondo noumenico) e la nostra sensibilità (nel mondo fenomenico). 

Lo stesso Kant allude a questo problema in una lettera al suo amico ed ex allievo, Marcus Herz: “Nella mia dissertazione mi sono accontentato di spiegare la natura delle rappresentazioni intellettuali in modo meramente negativo […] ho passato sotto silenzio la questione di come una rappresentazione si riferisce a un oggetto senza essere in alcun modo da esso causata”.

Se io accarezzo la mia gattina Luna sento al tatto il calore del suo corpo e la morbidezza del suo pelo …  cos’è che da origine a queste sensazioni? Qual è la causa di queste sensazioni? Kant dice che non c’è una relazione causale perché il processo causa-effetto implica il tempo mentre le cose in sé sono a-temporali. Sono costretto ad ammettere che, siccome la mia esperienza e conoscenza è limitata al mondo delle apparenze costruite da e nella mente, non potrò mai sapere qual è il meccanismo per cui ‘la gattina Luna del mondo noumenico, cosa in sé, non-spaziale, non-temporale’, appare ai miei sensi come Luna in carne, ossa, peli e … simpatia.

Ancora più oscura è la relazione inversa, quella tra mondo fenomenico e quello noumenico. Immagina un duello stile western tra John e Jim. John spara per primo … Jim, colpito al cuore, stramazza morto a terra. Nella testa John, il fenomeno Jim è fondamentalmente modificato: era vivo, ora è morto. Cos’è successo al Jim noumenico? Possiamo dire che è stato modificato dalla pallottola che ha attraversato il cuore del Jim fenomenico? Può un evento fenomenico nello spazio e nel tempo modificare la cosa in sé? La risposta di Kant è un netto ‘No!’ Com’è allora che John vede Jim steso morto per terra?

Per complicare le cose immagina che Bob e Fred assistano alla scena. Ora, entrambi vedono chiaramente che il John fenomenico stramazza al suolo morto. Com’è che entrambi vedono nella loro mente la stessa rappresentazione fenomenica che è poi la stessa di John?

Kant dice “Quando noi consideriamo, com’è giusto, gli oggetti dei sensi come puri ‘fenomeni’, ammettiamo con questo, nello stesso tempo, che a essi sta a fondamento ‘una cosa in sé’, quantunque noi non la conosciamo com’è costituita in sé, ma ne conosciamo solo il fenomeno, ossia il modo con cui questo ignoto qualcosa impressiona i nostri sensi”.

Detto con parole diverse, al Jim fenomenico deve corrispondere un Jim noumenico, cosa in sé, che sta a fondamento dell’esperienza di Bob e Fred. Ma le due esperienze fenomeniche di Jim in vita (prima) e di Jim morto steso per terra (dopo) non possono avere a fondamento lo stesso Jim noumenico. Ci devono essere per forza due diverse versioni del Jim noumenico per trasmetterci dati sensoriali diversi. Da dove viene fuori la versione 2.0 di Jim noumenico? Chi l’ha causata se non è stata la pallottola sparata da John? Non ne vengo fuori!

Eppure noi sappiamo Bob e Fred sperimentano l’immagine di Jim steso per terra perché la luce sotto forma di onde elettromagnetiche colpisce il corpo tridimensionale, quindi spaziale, di Jim, rimbalzano sulle superfici del corpo e, dopo qualche frazione di millisecondo, quindi nel tempo, entrano nella pupilla degli osservatori, sono trasformate nei segnali elettrici che eccitano la corteccia sensitiva della visione che crea nella mente dei due osservatori l’immagine di Jim morto steso per terra.

Alt’, a questo punto interviene Kant in persona, ‘il corpo di Jim non ha dimensioni spaziali e le onde elettromagnetiche non sono spaziali e non si diffondono nel tempo …  Nella tua analisi stai descrivendo il mondo fenomenico!  Ricordati che lo spazio e il tempo sono ‘a priori’ nella testa e sono aggiunti ‘a posteriori’ nell’esperienza degli osservatori.

Verissimo … siamo punto e d’accapo …

Se lo spazio e il tempo non sono nelle cose ma nell’uomo, non ci resta che ammettere che il Jim fenomenico, dotato di un corpo tridimensionale, è solo un personaggio del film che è proiettato nella mente di Bob e Fred. Anche il duello, le pistole, il rumore dello sparo, la pallottola non sono reali ma oggetti ed eventi rappresentati nello stesso film.  

C’è, da qualche parte, un qualche aggeggio cinematografico trascendentale che proietta perennemente un film senza fine nella mente degli esseri umani? Certo non si tratterebbe di uno dei soliti film cui siamo abituati composti di singoli predefiniti fotogrammi, ma piuttosto di un film dinamico, in multi visione, che si adatta automaticamente alle condizioni dello spettatore. Per esempio, nella scena del duello, Bob e Fred vedono lo stesso film ma, essendo a due metri l’uno dall’altro, vedono il corpo di Jim sotto diverse angolature. Tutti gli uomini, o meglio, tutti gli esseri viventi, sono spettatori di un unico grandioso film, un film omnicomprensivo molto sofisticato, in grado di adattarsi alle prospettive di ogni singolo spettatore. L’autore di un tale film deve essere veramente molto abile perché deve produrre un film che sia coerente nel suo insieme e per tutti i singoli spettatori nonostante l’infinità di condizioni particolari di ciascuno di essi. Questa grandiosa e armoniosa opera cinematografica non può essere che opera di Dio.

Alt’, interviene ancora Kant, ‘stai sconfinando nella metafisica e, come ben sai, la metafisica fornisce risposte fallaci perché contraddittorie’

OK. Lascio correre il riferimento a Dio e porto avanti l’analisi dell’ipotesi cinematografica. La cosa più clamorosa e sconvolgente in questa ipotesi è che lo spettatore, guarda sì lo spezzone di film che gli compete, ma, al tempo stesso, è in grado di decidere la trama del film globale. Quando, infatti, John spara e ammazza Jim, determina la trama del film globale omnicomprensivo … conseguentemente tutti gli spettatori possono essere coscienti della morte di Jim.

Ora immagina i miliardi di esseri umani ed esseri viventi: ognuno di essi è spettatore e produttore di una grandiosa rappresentazione coerente e armoniosa nel suo complesso anche se articolata in un’infinità di sfaccettature e prospettive personalizzate in relazione alle condizioni di ciascuno. Che idea straordinaria e … singolare!

Questa indagine sull’affinità tra il mondo noumenico e la rappresentazione cinematografica mi porta a una conclusione: i ‘due mondi’, quello noumenico e quello fenomenico, non fanno altro che mimarsi completamente e reciprocamente al punto che si potrebbe dire che non si tratta di due mondi bensì dello stesso mondo con due aspetti diversi.

Questo è quello che suggeriva anche il mio amico Vincenzo qualche giorno fa: ‘Da una parte Kant ipotizza un mondo fenomenico costituito dalle ‘forme a priori’, regolato dall’intelletto, dove domina il rapporto necessario di causa ed effetto, dall’altra teorizza un mondo noumenico, pensabile dalla ragione, delle ‘cose in se’ dove vige la causalità libera. Questi due mondi non sono realtà diverse ma due dimensioni diverse di un’unica realtà con un’interazione dovuta al meccanismo trascendentale“.

Non credo che Kant sarebbe d’accordo con questa interpretazione. L’interpretazione ufficiale e tradizionale dell’idealismo trascendentale è quella dei ‘due mondi’.  Risale alla prima recensione della Critica, la cosiddetta recensione di Göttingen, ed è stata l’interpretazione dominante mentre Kant era ancora in vita.

 E’ vero, comunque, che quella dell’unico mondo con due aspetti è l’interpretazione che sta prendendo il sopravvento perché permette di superare lo scoglio dell’interazione tra mondo noumenico e mondo fenomenico. Non è necessario, in questo caso, un rapporto di causalità fra i due oggetti. Si potrebbe dire che, se i due mondi possono essere assimilati a due monete distinte, l’unico mondo può essere equiparato a una singola moneta di alluminio. La relazione fra due monete diverse è problematica perché se io do una bella martellata a una delle due monete, l’altra non risentirà di alcun effetto. Nel caso della moneta di alluminio con due facce (una rappresentante l’aspetto fenomenico e l’altra l’aspetto noumenico) la martellata che io do a una delle due facce ha effetti istantanei sull’altra. Non c’è bisogno di alcuna relazione di causalità tra le deformazioni delle due facce perché, essendo la moneta unica, c’è una corrispondenza parallela e istantanea.

Secondo questa interpretazione, l’idealismo trascendentale non fa distinzione tra due oggetti distinti e separati, ma piuttosto tra due aspetti diversi dello stesso oggetto. Si chiama appunto interpretazione di ‘un solo mondo’ in quanto sostiene che vi è un solo mondo nell’ontologia di Kant, e che oggetti di questo mondo hanno due differenti aspetti o due insiemi di proprietà: una serie di proprietà relazionali che ci appaiono nello spaziotempo quadridimensionale, e un altro insieme di proprietà intrinseche e nascoste che non ci appaiono e non sono né nello spazio né nel tempo.

E’ interessante notare l’analogia tra questa interpretazione e l’ordine implicato/esplicato ipotizzato dal fisico quantistico David Bohm. Si può facilmente intravedere una similitudine tra ordine implicato e aspetto noumenico e tra ordine esplicato e aspetto fenomenico.

Nell’ordine ripiegato, nascosto o implicato, spazio e tempo non sono i fattori dominanti che determinano i rapporti di dipendenza o indipendenza di diversi elementi. Piuttosto, nell’ordine implicato è possibile un tipo completamente nuovo di ordine dal quale le nostre nozioni comuni di spazio e tempo, insieme con quelle di corpi materiali esistenti separatamente, derivano come forme di proiezioni dell’ordine più profondo nell’ordine esplicato accessibile ai nostri sensi. Le nozioni comuni di spazio e tempo appaiono in quello che è chiamato l’ordine esplicato o dispiegato che è una forma speciale e distinta contenuta all’interno della totalità generale di tutti gli ordini implicati.” (Bohm, Wholeness and the implicate order, 1980).

L’ordine implicato di Bohm è ripiegato, nascosto, senza spazio né tempo proprio come l’aspetto noumenico. Le nozioni comuni di spazio, di tempo e di corpi separati appaiano in quello che è l’ordine esplicato, accessibile dai nostri sensi ed equiparabile all’aspetto fenomenico.

Secondo l’interpretazione della Meccanica Quantistica, chiamata ‘Interpretazione Ontologica’, le stelle, i pianeti, gli oggetti e tutti i corpi dell’universo sono agglomerati di molecole, atomi, protoni ecc., cioè di particelle elementari dispiegate nello spazio e nel tempo secondo un Ordine Esplicato, accessibile dai nostri sensi e verificabile sperimentalmente. Questo è facilmente comprensibile e accettabile. Ora, aggiunge Bohm, queste particelle elementari affiorano da una realtà ancora più profonda, il mondo sub-quantico, dove vige un tipo ordine diverso: un Ordine Implicato dove lo spazio e il tempo non sono più gli elementi prevalenti.

Bohm a questo punto asserisce che, come nell’ordine esplicato valgono le leggi della fisica, così nell’ordine implicato ci sono leggi che regolano, fra l’altro, l’apparizione di particelle di spaziotempo nell’ordine esplicato. Queste leggi non sono le leggi della fisica dello spaziotempo ma sono leggi non conosciute, nascoste ai nostri sensi e all’esperienza. Anche qui sembra esserci una certa analogia con l’impossibilità, sostenuta da Kant, di conoscere il mondo noumenico.

Interpretazione Ontologica di Bohm ha analogie con l’idealismo trascendentale di Kant ma se ne discosta per molti aspetti. Le leggi dell’ordine nascosto di Bohm sono naturali, non trascendentali: possono anche essere oscure, nascoste e non conosciute all’uomo ma ciò non toglie che esse procedano necessariamente secondo l’ordine della Natura. Ciò permette di ipotizzare che alcune di queste leggi, al momento nascoste, possano in futuro essere svelate. Inoltre, nell’Ordine Esplicato, i corpi materiali formati da particelle elementari sono reali e non solo apparenze generate dalla mente umana come ipotizzato per il mondo fenomenico di Kant.

Secondo Bohm poi, l’Ordine Implicato e Ordine Esplicato costituiscono una ‘Undivided Wholeness’, una totalità indivisa, un’unica realtà ontologica. 

Se la Totalità è indivisa, allora tutto è Uno, perché ogni più piccola cosa contribuisce alla costituzione dell’Uno. Sconfino allora nella metafisica sperando che Kant non s’incazzi. Il Tutto, comprendente in se oltre all’Ordine Implicato anche le cose dell’Ordine Esplicato, è Dio stesso.

Ma non sto parlando del trascendentale Dio persona della religione cristiana che sta oltre il mondo.

E’ il Dio di Spinoza, la Natura intesa come comunione dell’aspetto noumenico con quello fenomenico o dell’Ordine Implicato con l’Ordine Esplicato.

Luigi Di Bianco

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