La particella dell’alluce del mio piede destro

Stimolato dalle riflessioni filosofiche di un mio amico mi sono messo nei panni di una particella dell’alluce del mio piede destro.
Un giorno, per ragioni che nessuno saprebbe spiegare, una particella elementare dell’alluce del mio piede destro prese coscienza di sé.
Si guardò attorno. Ovunque vedeva altre particelle, cellule e molecole impegnate nelle attività più disparate: alcune trasportavano nutrienti, altre trasmettevano segnali, altre ancora costruivano tessuti o riparavano danni.
«Ho capito tutto», pensò.
«Tutte queste cose esistono perché io possa esistere. Qualcuno le ha messe qui per me. E se l’ha fatto, allora significa che io sono la più importante, la più intelligente, la più bella tra tutte. Io posso osservare, scegliere, giudicare. Io sono libera.»
Per molto tempo visse felice di questa convinzione. Le sembrava che l’intero universo fosse una gigantesca organizzazione costruita per servirla.
«Che meraviglia! Sono al centro di tutto. Tutto converge verso di me.»
Poi, un giorno, notò qualcosa che la turbò.
Alcune particelle vicine scomparivano e venivano sostituite da altre. Eppure, l’alluce continuava a funzionare perfettamente. Nessuno sembrava accorgersi della loro assenza.
La particella si preoccupò.
«Dunque, anche io dovrò scomparire? Dovrò morire? Impossibile. Se qualcuno ha creato tutto questo per me, non permetterà certo che accada. Io sono la sua creatura prediletta. Vivrò per sempre.»
Passò il tempo e la particella osservò con maggiore attenzione.
Vide che le particelle dei tessuti collaboravano con quelle del sangue; che le cellule nervose comunicavano con il cervello; che il cervello coordinava il corpo; e che il corpo, a sua volta, interagiva costantemente con il mondo esterno.
Ogni elemento sembrava esistere non per lei, ma come parte di qualcosa di immensamente più grande.
Questa scoperta la inquietò.
«Se non sono io il fine ultimo di tutto, allora che cosa sono?»
Dopo lunghe riflessioni giunse a una possibilità che non aveva mai considerato.
«Forse non sono il centro dell’universo. Forse sono parte di un sistema.»
Poco dopo comprese qualcosa di ancora più profondo: la sua stessa esistenza dipendeva da una rete sterminata di relazioni che la precedevano e la sostenevano.
Ed ecco affacciarsi un pensiero sorprendente.
«E se anch’io facessi parte di questo straordinario sistema che si estende fino alle stelle?»
Per la prima volta non si sentì sminuita. Provò invece meraviglia.
Capì che appartenere a qualcosa di più grande non diminuisce il proprio valore: gliene conferisce uno più grande.
Rimase a lungo immersa in quella meraviglia.
Eppure, continuava a considerarsi un’entità separata. Certo, dipendeva dalle altre cose; certo, collaborava con esse; tuttavia, continuava a chiamare sé stessa “io” e tutto il resto “altro”.
Un giorno domandò a una particella vicina:
«Dove finisco io e dove cominci tu?»
L’altra sorrise.
«Dipende da chi guarda.»
La risposta la lasciò perplessa.
Così iniziò a osservare ancora meglio.
Vide che la sua esistenza era un incessante intreccio di scambi: energia, materia, informazioni. Nulla rimaneva identico a sé stesso per molto tempo. Quello che chiamava “io” in un certo istante non era lo stesso io un attimo dopo. Quello che chiamava “io” non era una sostanza immobile, ma un processo, un flusso continuo.
All’inizio ne fu spaventata.
«Se tutto scorre e cambia, che cosa sono davvero?»
Poi comprese che il problema stava nella domanda stessa.
Aveva sempre immaginato di essere una piccola entità autonoma, separata e sovrana. Ora iniziava a intuire di essere piuttosto una modalità particolare attraverso cui qualcosa di immensamente più vasto si manifestava.
Cominciò allora a guardare intorno, poi l’alluce.
Poi il piede.
Poi il corpo.
Poi il mondo.
A ogni passaggio scopriva che ciò che appariva come una molteplicità di cose separate era in realtà una fitta rete di relazioni e dipendenze reciproche. Tutto era interconnesso.
Finché in lei non maturò un’intuizione straordinaria:
«Forse non esistono molte sostanze, molte cose separata. Forse esiste una sola cosa, una sola sostanza.»
Le apparve allora una nuova immagine della realtà.
Non vedeva più miliardi di particelle che formavano un corpo. Vedeva un’unica realtà infinita che si esprimeva in infiniti modi.
L’alluce non era altro dal piede.
Il piede non era altro dal corpo.
Il corpo non era altro dalla natura.
E la natura non era altro da quella realtà infinita che comprendeva ogni cosa. La sostanza unica.
Cercò un nome per quella realtà.
Alcuni la chiamavano Natura.
Altri Dio.
Alla fine, comprese che il nome contava poco.
Non si trattava di un essere esterno al mondo, come un artigiano rispetto alla sua opera. Era il mondo stesso nella sua totalità infinita, la sostanza unica.
Le rimaneva però un’ultima resistenza.
«Eppure, io sono libera. Posso decidere di fare quello che voglio.»
Ma quasi nello stesso istante vide le cose con maggiore chiarezza.
Quando si era creduta libera, aveva immaginato di poter agire senza cause. Pensava che fosse solo la sua volontà a decidere liberamente.
Ora vedeva che ogni suo pensiero, ogni suo movimento e ogni sua trasformazione derivavano necessariamente dalla natura dell’intero universo.
Per un momento si sentì prigioniera.
Poi comprese qualcosa di inatteso.
La vera schiavitù non consiste nell’essere determinati dalle cause, bensì nel non comprenderle.
Chi ignora le ragioni dei propri desideri si crede libero; chi comprende le cause che lo muovono conquista una libertà più profonda.
Non la libertà dalla necessità ma la libertà attraverso la comprensione della necessità.
Da quel momento la piccola particella dell’alluce destro smise di lamentarsi per non essere il centro del mondo.
Non ne aveva più bisogno.
Aveva scoperto di essere, allo stesso tempo, infinitamente piccola e infinitamente grande: piccola come una modificazione passeggera della realtà, grande come la realtà stessa che, per un istante, prendeva coscienza di sé attraverso di lei.
Eppure, una domanda continuava a tormentarla:
«Se tutto accade necessariamente, perché dovrei conoscere? Che differenza c’è tra capire e non capire?»
Ripensò allora a quando era giovane e ignorante.
Allora si credeva il centro dell’universo. Se qualcosa la avesse urtata, si sarebbe sentita offesa. Se qualcosa la avesse favorita, si sarebbe sentita privilegiata. Divideva il mondo in amici e nemici, in eventi buoni e cattivi.
Ora vedeva quanto quelle idee fossero confuse.
Nessuna particella agiva contro di lei.
Nessuna particella agiva per lei.
Tutte agivano secondo la propria natura.
Come lei.
Come l’alluce.
Come il corpo.
Come l’universo intero.
Comprese che gran parte della sofferenza nasce dall’aspettativa che le cose debbano essere diverse da come sono.
La realtà, però, non conosce il “dovrebbe”.
Conosce soltanto l’essere.
Per molto tempo meditò su questa verità.
A poco a poco smise di chiedersi:
«Perché è successo proprio a me?»
E iniziò a chiedersi:
«Da quali cause segue necessariamente ciò che accade?»
Più comprendeva, più una strana serenità la attraversava.
Non era rassegnazione.
La rassegnazione dice: «Non posso farci nulla.»
Lei, invece, sentiva crescere la propria potenza di esistere.
Ogni comprensione ampliava la sua capacità di essere ciò che era.
Fu allora che intuì qualcosa di ancora più profondo.
L’universo non era una macchina fredda e indifferente.
L’unica sostanza infinita non era soltanto estensione, movimento e materia.
Era anche pensiero.
Ogni idea vera che nasceva in lei era l’universo che diventava più consapevole di sé stesso.
La particella provò una gioia nuova.
Non la gioia agitata di chi ottiene ciò che desidera.
Non la gioia fragile di chi teme di perdere ciò che possiede.
Una gioia calma.
La gioia che accompagna ogni aumento di comprensione e di realtà.
Capì allora che quella gioia era la comprensione stessa.
Rivolse infine il suo sguardo alla totalità dell’essere.
Non lo vedeva con gli occhi.
Lo contemplava con l’intelletto.
Vide che ogni cosa, dalla più minuscola particella alle galassie più lontane, era espressione della stessa necessità infinita.
E in quell’istante cessò di considerarsi qualcosa che osservava Dio.
Perché comprese che non esistevano due realtà: da una parte lei e dall’altra Dio o la Natura.
Esisteva soltanto Dio-Natura che, in quel preciso momento, si contemplava attraverso la forma singolare di una particella dell’alluce destro.
Da questa comprensione nacque ciò che Spinoza avrebbe chiamato amor Dei intellectualis.
La particella non amava un sovrano.
Non amava un creatore separato dal mondo.
Amava la necessità infinita dell’essere.
Amava il tutto di cui era una manifestazione.
Amava la realtà perché la comprendeva.
E quanto più la comprendeva, tanto più l’amava.
E quanto più l’amava, tanto più la sua prospettiva individuale si dissolveva nella gioia dell’eterno.
Così la particella dell’alluce destro smise definitivamente di chiedersi:
«Chi sono io?»
Perché aveva scoperto la risposta più spinoziana possibile:
«Io sono un modo finito attraverso cui l’Infinito pensa sé stesso».